
A novembre ho avuto il piacere di partecipare ad umportante riflessione promossa dalla Rete per la Parità. Il mio intervento è avvenuto a distanza, trovandomi all’estero. La trascrizione, che riproduco qui, è stata inserita negli atti del Convegno.
L’intervento di Eduardo Missoni sottolinea il ruolo dell’educazione non formale, in particolare dello scautismo, nel promuovere parità e superamento degli stereotipi di genere. Ripercorre l’evoluzione dalla separazione tra Boy Scouts e Guide alla coeducazione e alla diarchia adottata in Italia. Evidenzia resistenze culturali e “tabù” ancora presenti, ribadendo che solo educatori preparati e un cambiamento culturale profondo possono contrastare il monopolio maschile.
Ho ascoltato volentieri e sono con voi dall’inizio del convegno.
Voglio ringraziare in modo particolare Rosa Oliva che mi ha dato l’opportunità di essere qui con voi, cogliendo alcuni elementi della mia esperienza che possono essere utili a questo dibattito. Saluto volentieri non solo le mamme di scout, ma anche ex colleghe e colleghi della Cooperazione allo sviluppo che Vincenzo Pira ha menzionato poco fa.
Riparto da una frase del presidente Amato: “Il cambiamento va cercato altrove.” Lui parlava dal punto di vista delle leggi, ma è già emerso negli interventi precedenti che uno di questi “altrove” è senz’altro l’educazione. E non solo l’educazione formale, cioè quella scolastica e universitaria, né soltanto quella informale, che si sviluppa nell’ambito familiare, nello sport o nei gruppi di amici. C’è anche quella che l’UNESCO definisce educazione non formale: quella che avviene in organizzazioni e associazioni in cui l’obiettivo educativo è centrale e attorno a cui si struttura un progetto pedagogico. Ed è proprio il caso dello scautismo.
Lo scautismo nasce nel 1907 con Robert Baden-Powell, un militare britannico divenuto celebre per la difesa di un assedio in Sudafrica. L’idea originaria era quella di rafforzare il carattere dei giovani66 – donnEpotere: come superare il monopolio maschile – Gli Strumenti maschi britannici, che secondo lui stavano vivendo una fase di decadenza morale. Il movimento si diffonde rapidamente nel mondo grazie ai suoi scritti. A uno dei primi grandi raduni scout, Baden-Powell rimane sorpreso dalla presenza di un gruppo di ragazze organizzate come pattuglia scout. Si entusiasma: per l’epoca era un’idea rivoluzionaria pensare che anche le ragazze potessero vivere l’esperienza dello scautismo. Tuttavia, la madre — di cultura vittoriana e molto conservatrice — si oppose all’idea che le ragazze dormissero in tenda e affrontassero le sfide della vita all’aria aperta. Così nacque un’organizzazione separata per le ragazze, affidata inizialmente alla sorella di Baden- Powell, con risultati modesti. Sarà poi la giovane moglie del fondatore a rilanciare con successo il movimento delle Guide a livello mondiale. Questa divisione tra organizzazioni femminili (Guide) e maschili (Boy Scouts) è rimasta fino alla fine degli anni ’60 e ai primi anni ’70. In Europa, molte associazioni — tra cui quelle italiane — si sono trasformate fondendo le realtà maschili e femminili. Nasce così la sfida della coeducazione: non più educazioni parallele che si incontrano su temi comuni, ma un percorso condiviso, fondato sulla persona indipendentemente dal genere.
Non tutte le organizzazioni hanno accettato questa evoluzione. In molti contesti culturali, mettere insieme ragazzi e ragazze è rimasto un tabù. La coeducazione comporta una grande responsabilità: se gli educatori non sono preparati a riconoscere e superare gli stereotipi, il rischio è quello di riprodurre ruoli tradizionali — le ragazze in cucina, i ragazzi nelle attività più avventurose — anziché offrire a ciascuno la possibilità di scoprire le proprie inclinazioni personali.
All’interno dell’Organizzazione Mondiale del Movimento Scout, il tema è stato affrontato già nei primi anni 2000. Ci si chiedeva se, in un contesto misto, le ragazze finissero per essere semplicemente “one of the boys”, adattandosi allo standard maschile dominante.
La sfida era superare la dicotomia e la gerarchia di genere. Quando assunsi il ruolo di Segretario generale, la presidente del Comitato Mondiale era una donna senegalese: un fatto storico per un’organizzazione tradizionalmente maschile. Tuttavia, proporre un avvicinamento e una possibile fusione tra l’organizzazione mondiale delle Guide e quella dello scautismo misto suscitò forti resistenze, soprattutto da parte dei Boy Scouts of America. Fu uno dei motivi che portarono alla mia uscita dall’incarico.
Nel movimento si parlava dei “tre tabù”: guides, gays and God — il rapporto con le ragazze, con l’omosessualità e con la dimensione religiosa. Questioni che continuano a generare tensioni a livello globale.
In Italia, però, esiste un’esperienza particolarmente interessante: la diarchia. Nell’AGESCI, ad esempio, ogni livello organizzativo prevede sempre una donna e un uomo in corresponsabilità — dai capi gruppo fino ai livelli nazionali. Questo significa che le scelte pedagogiche vengono discusse da due prospettive che devono trovare una sintesi. L’attenzione è centrata sulla persona, non sul sesso della persona, promuovendo una cultura dei valori — lealtà, servizio, amore per la natura, sostenibilità — più che una cultura delle regole.
Lo scautismo può essere uno strumento straordinario per superare il monopolio maschile, ma richiede educatori capaci di leggere le dinamiche di genere e di intervenire consapevolmente. In molti paesi persistono strutture culturali fortemente maschiliste, che giustificano l’esistenza di spazi esclusivamente femminili come luoghi di emancipazione.
Concludo salutandovi dal Messico, dove oggi abbiamo una presidente donna, Claudia Sheinbaum, molto popolare e preparata. Eppure viene spesso attaccata con argomenti di stampo maschilista. Questo dimostra che non basta arrivare ai vertici delle istituzioni: serve un cambiamento culturale profondo.
Anche lo scautismo può contribuire a questo percorso.
Vi ringrazio moltissimo.







