Geopolitica della salute

Geopolitica della salute

Nel 2020, l’amministrazione Trump ha deciso di abbandonare l’OMS proprio mentre l’agenzia si trovava a fronteggiare la più importante crisi sanitaria della sua storia, ancora in corso. L’accusa frontale all’OMS di aver coperto l’opaca gestione dell’epidemia da parte della Cina, origine del virus, rivela quanto sia facile per l’agenzia diventare il capro espiatorio di un conflitto geo-politico tra paesi, in questo caso due potenze mondiali. Non è la prima volta che l’OMS si trova sotto tiro. In altre occasioni epidemiche si è mossa con incertezza, talora sbagliando. Ma la qualità del suo operato dipende molto da quella dell’intervento dei governi, ovvero dei soggetti titolari dell’organizzazione. Per valutarne le decisioni serve ripercorrere la sua storia, capirne il mandato, i meccanismi di finanziamento, le tensioni che attraversano la sua gestione. Questo libro vuole fare chiarezza, con un’analisi schietta, sul funzionamento dell’OMS, sulle influenze esterne cui è esposta, sulle responsabilità dei diversi “portatori d’interesse”. Il libro fa riferimento al contesto del Covid-19 e al ruolo dell’Organizzazione nelle emergenze sanitarie, ma l’intento è richiamare l’attenzione sulla sfida più grande: la tutela del diritto alla salute e l’azione della politica per promuoverne la realizzazione. Un obiettivo che richiede una OMS autorevole e credibile, all’altezza di un mondo che aspira sul serio a dotarsi degli strumenti per difendersi dalle nuove crisi sanitarie che già si prospettano all’orizzonte.

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Intervista

Dott. Eduardo Missoni, Lei è autore con Nicoletta Dentico del libro Geopolitica della salute. Covid-19, OMS e la sfida pandemica edito da Rubbettino: quali tensioni attraversano la gestione dell’Organizzazione mondiale della sanità? (continua a leggere)

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Holy Christmas 2020

Two handcrafted nativity scenes. One is made of cut out and coloured tin, from Mexico, the other is carved in wood, from Rwanda. Both crafted by children’s hands, with the flowers I picked today to adorn them. They remind us of the true spirit and message of the Holy Christmas of Christianity: simplicity, essentiality, solidarity expressing love for humanity – not generic, but concrete, daily, expressed in each person – respect for Mother Earth. The fundamental ingredients of our salvation. And they are universal, they do not belong only to the Christian Christmas, they are the values of rebirth in any culture.

I wish you all a peaceful Holy Christmas!

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Health workers and sustainable systems for health in a post-growth society

Abstract

The Agenda 2030 signed by the Heads of State and Government in 2015 set out 17 indivisible and universal Sustainable Development Goals (SDGs) and 169 targets. Among others the Agenda 2030 proposes to achieve “sustainable, inclusive and sustained growth” (SDG 8), in fact an oxymoron due to the “limits of growth” in a finite ecosystem.

The SDG 3, “Ensuring a healthy life and promoting well-being for all at all ages”, included among others the target “3.8: achieving universal health coverage”.

Besides representing a substantial regression from the original WHO’s Primary Health Care (PHC) strategy, which addressed among others the social and economic determinants of health, the UHC target and the SDG3 are deemed to be unattainable due to the constant increase in demand on the one side and inappropriate offer of health services on the other, both largely determined by factors outside the health sector and linked to the present hegemonic unsustainable growth-defined development model.

Focusing on the health care model and the generation of its human resources, we highlight how both remained mostly anchored to standardized and, today, globalized biomedical hospital-centric models, which are inadequate to meet populations’ health needs and expectations.

We then suggest the need for a paradigmatic shift in the health and social care organization (toward a human rights and  social determinants approach, home- community-based care, integrated-holistic approaches, patients’ empowerment, etc.) and the health workers’ educational model (linking it to the specific characteristics of local contexts in terms of needs and resources, and to a new ethical framework). Both are  pillars of the transformation of health systems toward a post-growth society.

Full article here

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Competenze interculturali nell’educazione non formale e nello scoutismo

Un estratto del seminario “Le competenze interculturali a scuola e nell’educazione non formale: diversità dentro e fuori di noi”

Il seminario si è esvolto il 20 novembre 2020 nell’ambito dell’iniziativa “Sfide – La scuola di tutti 2020” organizzata dalla Casa editrice Terre di Mezzo.

Nel webinar Manila Franzini ha presentato il suo modello dinamico sulle competenze interculturali, che ho commentato alla luce dell’educazione non formale ed in particolare del metodo Scout.

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Storia di una crisi annunciata

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Vaccini antiinfuenzali, Covid-19, test rapidi ed ecosistema

Un intervista con Roberta Sias ieri 30 settembre, su Cusano Italia TV in una puntata della Mela al Giorno, dedicata alla salute e in particolare oggi a un focus sui test e tamponi rapidi, vaccino antinfluenzale e gli ultimi aggiornamenti sulla pandemia da Covid 19 con il Prof. Eduardo Missoni, Docente di Salute Globale presso la nostra Università Niccolò Cusano.

CUSANO ITALIA TV (Ch. 264 del digitale terrestre)

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Salute Pubblica e Salute Globale al tempo del Covid-19

Intervista di Michlangelo Carozzi per la Fondazione Ivo de Carneri (del cui Comitato Scientifico sono membro). Visita anche il sito della Fondazione: www.fondazionedecarneri.it

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COVID-19: Universal health coverage now more than ever

With the association Saluteglobale.it we are following the epidemic of Covid-19 in Italy and have published articles and viewpoints on the issue. The title of this post refers to an article that we recently published on the Journal of Global Health.

Below a few highlights. The article is available to download here (open access).

During the COVID-19 pandemic, the Italian Na- tional Healthcare Service is proving the importance of providing Universal Health Coverage (UHC), and – at the same time – the consequences of years of definancing and privatization, fragmentation and lack of human resources.

UHC is essential to build a resilient and more equitable healthcare system, through improving health security, increasing access to essential health services and overcoming health care inequities. Moreover, granting the right to healthcare services, social security and financial benefits to the most fragile, as migrants, is a duty of a solidary society, as the Italian Constitution affirms. The COVID-19 pandemic urges a comprehensive and inclusive UHC for individual and societies around the world.

Essential quality health services must be provided to the entire population even more during exceptional events. The COVID-19 pandemic confirms the necessity of a comprehensive and inclu- sive UHC for individual and collective health security. Definancing, fragmenting and privatizing weaken National health systems and expose them to severe crisis in case of emergency. Governments should rather consider higher investments aimed at strengthening the community health services, epidemiological surveillance and emergency preparedness. This requires consistent management choices and a strong po- litical commitment with a vision of a more sustainable system and resilient society.

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Lettera aperta a difesa della OMS e del multilateralismo

Questa lettera aperta nasce dallo scambio di professionisti di diversa estrazione che negli anni hanno assiduamente interagito per lavoro con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rappresentando punti di vista diversi e divergenti.

Con queste riflessioni, vogliamo bilanciare la campagna denigratoria in corso contro l’agenzia, proponendo una prospettiva basata su fatti e sulla nostra esperienza comune.

La pandemia Covid-19 ha portato alla ribalta – nel peggiore dei modi possibili, purtroppo – due verità nascoste ai più. Innanzitutto, ci ha ricordato fino a che punto la salute sia un tema di estrema rilevanza nella gestione democratica di un paese, dato il legame intrinseco che sottende fra lo Stato e i suoi i cittadini, la risorsa più importante di qualunque società.

Inoltre, ha disvelato le complessità che si muovono intorno al tema della salute. Le recenti schermaglie Stati Uniti e Cina sulla gestione del virus dimostrano ancora una volta quanto la salute sia diventata nel corso degli anni, in un mondo globalizzato e interdipendente, un tema sempre più sensibile e collegato alla geopolitica. La salute non vive in isolamento. Sempre  più frequenti sono gli intrecci tra politica sanitaria e politica estera, a maggior ragione se consideriamo l’impatto che altre questioni di interesse sovranazionale come la sicurezza, il commercio, l’economia, la disuguaglianza, il cambiamento climatico, hanno sullo stato della salute.

L’unica istituzione internazionale posta a baluardo della promozione della salute dell’umanità è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), riferimento per tutti i paesi – soprattutto quelli più vulnerabili e meno equipaggiati di personale e sistemi sanitari. In quanto agenzia facente parte del sistema delle Nazioni Unite, l’Oms detiene il mandato costituzionale e la capacità tecnica di elaborare politiche e gestire la risposta di salute pubblica a supporto di tutti i paesi, anche (e soprattutto) nello scenario di crisi pandemica come quello di Covid19.

Mettere a rischio l’Oms oggi, tagliando i fondi o continuando a fomentare lo scetticismo frontale verso questa organizzazione, è una strategia che crea una reale minaccia globale alla salute dei popoli. Una strategia avventata, dunque.

Sia chiaro: l’Oms è un’organizzazione largamente imperfetta e nella gestione di Covid19 diverse cose potevano essere fatte meglio, sicuramente. Per esempio, avrebbe potuto essere più celere e decisa nel determinare la natura dell’epidemia, le responsabilità degli stati, la gravità del problema. Al di là del fatto che è ancora troppo presto per giudicarne l’operato nel corso di questa pandemia, l’agenzia ha dovuto confrontarsi con una pandemia oggettivamente senza precedenti. 

Inoltre, le critiche rivolte all’Oms possono essere rivolte oggi, specularmente, ai singoli governi che ne hanno ignorato gli appelli alla emergenza sanitaria e alla collaborazione. Infine, come rilevato da numerosi osservatori dopo le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump il 7 aprile scorso, è piuttosto irresponsabile prendere misure così forti contro l’Oms proprio nel bel mezzo di una pandemia che sconvolge il pianeta e potrebbe protrarsi ben oltre un anno.

Ogni epidemia è un evento imprevedibile e complesso per la comunità scientifica e per chi è chiamato a prendere decisioni. Quasi sempre si è messi sotto accusa. Fiumi di parole sono stati spesi nel 2009 contro l’allora direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, aspramente criticata per avere sovrastimato l’impatto dell’influenza suina. L’Oms è stata parimenti criticata per non essere intervenuta con il piglio necessario contro Ebola, in Africa, tra il 2014 e il 2015. Sappiamo però che affrontare una pandemia vuol dire affrontare l’ignoto. Le difficoltà nel venire a capo della pandemia prodotta da SARS-CoV-2 sono l’ennesima conferma. 

Dovrebbe esserci cooperazione e solidarietà in tempo di pandemie. Questo dovrebbe essere un momento in cui l’umanità dà una risposta collettiva e coordinata, all’altezza della sfida. I virus non hanno passaporti. Viceversa, nessun paese al mondo oggi è in grado di liberarsi di SarsCov2 in modo autonomo, senza l’essenziale raccordo con l’Oms.

Vogliamo chiarirlo a piene lettere: la nostra non è un’apologia dell’Oms. L’Oms e le Nazioni Unite, pur con i difetti e le carenze strutturali che abbiamo visto e vissuto in prima persona, restano le sole istituzioni di riferimento etico e politico per una governance inclusiva. Sono i principali luoghi deputati per un coordinamento globale dei governi. Le crescenti tendenze nazionaliste e una diffusa cultura avversa alla funzione pubblica stanno indebolendo questi spazi, ma è proprio lì che si possono e si devono discutere le sfide globali dell’umanità, con trasparenza e coinvolgimento delle parti interessate.  Occorre rafforzare queste istituzioni. 

Vorremmo suggerire un’ideale percorso per l’avvio di alcune riflessioni post-pandemiche.

Innanzitutto, occorre migliorare le modalità di attuazione di un dialogo multisettoriale, sia interno ai governi, con il coinvolgimento di altri dicasteri in dibattiti sanitari futuri, sia invitando al tavolo la società civile, il settore privato e i cittadini attraverso le rappresentanze parlamentari e democratiche. Questo è un modo efficace per costruire la fiducia e l’impegno necessario a determinare decisioni politiche condivise, da parte dei governi nazionali.

L’Oms deve creare un rapporto di costante confronto e collaborazione tra le parti, basato su regole chiare e nel rispetto degli interessi in campo, con una governance più efficace, anche sfruttando i suoi uffici regionali. I governi devono adempiere i loro obblighi legali con convinzione. Nello specifico, devono rispettare le norme vincolanti che si sono assunti con il Regolamento Sanitario Internazionale (RSI) del 2005 per contrastare le emergenze sanitarie, con spirito di trasparenza e cooperazione. Abbiamo visto invece come abbiano ignorato l’applicazione dell’RSI sin dalle prime fasi di COVID-19.

L’agenzia della salute ha bisogno di supporto politico e finanziario, non di attacchi. Per dare un ordine di grandezza, il suo budget annuale di circa 2,5 miliardi di dollari, di gran lunga inferiore al bilancio di alcuni ospedali americani, e meno del 20% del CDC di Atlanta (il Centro nazionale di controllo delle malattie infettive degli Stati Uniti d’America).  Solo una maggiore cooperazione può portare alla fiducia e alla condivisione delle informazioni necessarie alla comprensione della evoluzione pandemica, ciò che permette di superare le mere logiche geopolitiche. 

Per questo i governi devono prendere tutte le misure perché l’Oms diventi più autonoma politicamente, e ancora più autorevole tecnicamente, come istituzione pubblica internazionale sulla salute.

Mai il mondo ha avuto bisogno dell’Oms come adesso.

Questa lettera è stata firmata da:

Nicoletta Dentico, Head, Global Health Program, Society for International Development, Roma

Antonio Gaudioso, Segretario Generale, Cittadinanzattiva, Roma

Eduardo Missoni, Docente di Salute Globale, Università Bocconi e Bicocca, Milano

Mario Ottiglio, Managing Director, High Lantern Group, Ginevra

Eduardo Pisani, CEO, All.Can International, Bruxelles

Umberto Pizzolato, Biomedical Scientist, Vicenza

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Covid-19 and the rush toward a vaccine. “Global Health Security” and the market

One of the most debated aspects in the fight against the current Covid-19 epidemics is the development of a vaccine.

Through the media the public is repeatedly led to think that only the vaccine will be the solution and only when a vaccine will be available there will be a solution.

A position that justifies a frenetic rush toward the development of a vaccine (with the risk of enormous public investments, but private returns).

However, there are at least two aspects that are not taken seriously into consideration:

1. Information about the intimate immunologic response to Sars-Cov-2 virus (the etiologic agent of Covid-19) is still very limited and does not offer yet a clear and safe path to is development

2. To develop a safe and effective vaccine may take years (not months), poses significant technical and ethical challenges and success is by no means granted. Researchers are working on a vaccine against HIV-Aids since about 40 years and a vaccine is still not available.

3.The virus is only the very last ring of the chain, there are many upward determinants to be considered (social, economic, environmental, cultural, political) in the fight against the disease (not just the virus) and for health. A response that cannot be, but systemic.

Thus the question is: “Why so much, almost exclusive emphasis on a vaccine?”

In 2016 in the context of the international conference on “Epidemics and societies, past present and future” (which took place in Geneva) I presented a paper on the subject “The political economics of epidemics” (published 2017). Below, I reproduce a few paragraphs of that work which may contribute to answer the question.


Significant new global resources are being proposed and mobilised for emergency responses. Assessment tools and reporting systems are being discussed in the WHO, with some proposals for new global mechanisms, global financing facilities and independent assessment by global actors. However  “global health security” appears to be reduced to emergency responses and infectious disease control, without considering necessary measures to be taken at local and national level within countries, and cross border, to strengthen health systems’ capacity to provide universal access to care, starting with primary health care and health promotion at community level. 

For example after the Ebola epidemic the most notable improvements were in surveillance and laboratory capacities. There has been investment in surveillance and laboratory capacities in Africa through an Integrated Disease Surveillance Response, and international support for African and sub-regional communicable disease control centres for detection and early warning of infectious disease risks. However, scarce if any progress was seen, for example, in capacities to deal with chemical and food safety risks, suggesting that while the region may be better prepared to deal with infectious disease epidemics, this may not be the case for other public health risks, including NCDs, whose anticipated unaffordable costs will threaten individual and collective health security.

In addition, the global health security approach gives no attention to the promotion of public health through public policies beyond the immediate competence of the health sector, to control or at least to reduce the impact of the determinants that we have described above.

In this context, the international response to epidemics is also biased by the need  to “avoid unnecessary interference with international traffic and trade”.

The epidemic of Bovine spongiform encephalopathy (BSE) in British cattle that started in 1986, reached its peak in 1992. When the first cases of human BSE appeared in 1987 the attempt by a government veterinarian to publish a paper describing one of the first cases of BSE, in the south west of England, was suppressed, with the argument “of possible effects on exports and the political implications”.

Too often epidemics also elicit international public interest and mobilization only when they spread beyond the limits of the poorest countries. The global response to the recent Ebola epidemic (2013-2016) has been reportedly slow.  It was not until August that the WHO declared the 2014 Ebola outbreak a Public Health Emergency of International Concern; this was five months after the first cases were reported to the WHO, 1,779 people already had become infected, 961 had died, the outbreak had spread to Nigeria, and two American aid workers infected in Liberia had been evacuated to the United States. It was only at this time that the outbreak could no longer be seen as a humanitarian crisis affecting a few poor countries in Africa, but instead began to be viewed as an international security threat to developed countries. In September an emergency meeting of the U.N. Security Council was held and the U.N.’s first-ever emergency health mission, the United Nations Mission for Ebola Emergency Response (UNMEER) was established, as “the unprecedented extent of the Ebola outbreak in Africa constitutes a threat to international peace and security”. Even colonial legacies became obvious in the organization of Ebola response, with military assistance being delivered along old colonial lines.

The emphasis on the technological response is another common aspect of global response to epidemics, that distracts from the underlying causes of the outbreak, and from much needed strengthening of health systems, facilitating access to services and public health interventions.  The current system of drug and vaccine development follows the market and favours chronic diseases that primarily affect people in the developed world, rather than neglected and infectious diseases likely to cause epidemics. However, in presence of  ‘transnational’ epidemics emphasis is put on search for a vaccine or a drug, often perceived as a ‘magic bullet’. It was not until the ‘transnational’ Ebola epidemic that investments were mobilized in search of a ‘last-minute’ vaccine, and eminent personalities such as Bill Gates,  Jeremy Farrar of the Wellcome Trust, and Seth Berkley of GAVI The Vaccine Alliance called for funding additional research into drugs, vaccines, and diagnostic tests, as well as creating a system for accelerating the approval of these interventions during a crisis.

Similarly, as soon as the Zika epidemic hit the top news, much emphasis was put on the need to develop a vaccine, rather than on the relation of the disease and its vector with poor urban peripheries and the urgent need to intervene with sanitation and waste control, and to provide adequate global investments for that purpose.

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Conclusions

The determinants of old and new epidemics, including the increase of non-communicable diseases in an epidemic fashion, are deeply rooted in the way societies are structured. With the acceleration of globalization and the hegemony of the neoliberal development model, not only infectious diseases spread faster without borders, but also new pandemics linked to unhealthy lifestyles and environmental degradation have become part of humanity’s common planetary destiny.

Clearly, the global fight against XXIst century epidemics cannot be narrowed to one of emergency responses to infectious disease. Instead, it also needs to extend to NCDs and identify, and act on their social, economical, political and environmental determinants.

Medical rescue processes and public health interventions in response to epidemics are last resort measures. Technical fixes to health problems tend to leave the social and economic determinants of health, and the relationships that underpin them, untouched.

Resources are indeed needed to deal with emergencies and their economic and social impacts, nevertheless a health sector response to preventing and controlling epidemics needs to be based on long term health systems strengthening. This starts locally, within countries and particularly with the comprehensive primary health care, universally accessible services, social protection, and public health approaches capable to identify, prevent and manage risk before it grows into an epidemic.

However, many determinants of epidemics and in general of global health security, lie outside the health sector and the traditional domain of health authorities, and are heavily related – as global health in general – with processes of production and consumption, with societal structure and social, economic and political processes, interests and influences, prompting the need for a global governance that would make equitable health the priority in all sectors (e.g. agriculture, commerce, industry, education, environment) in which public policies are developed and negotiated. Prevention of epidemics must thus bring epidemiological knowledge to bear on political processes that are collective and involve challenges to economic and social institutions that will certainly meet political opposition, and will thus require appropriate strategies and alliances to be faced.

To modify the structural drivers of epidemics will require a combined global, national and local action redirecting the hegemonic growth-based development model which is not sustainable, socially inequitable, and globally unhealthy. Such a paradigm shift necessarily needs a substantial reorientation of policies at national level in addition to citizens’ engagement at community level. Local and national action in turn, cannot leave out the complexity of the globalized world and the need to control transnational forces influencing our everyday life and finally our health, through institutions and policies able to do so.
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