Dissenso Informato – Presentazione del libro (7 luglio 2022)

Durante la pandemia – e più di recente anche sul conflitto russo-ucraino – si è assistito a una riduzione del pluralismo informativo e all’espulsione delle voci critiche, fenomeni che hanno pericolosamente spinto il dissenso verso percorsi di radicalizzazione. Il “dibattito mancato” ha impedito una reale discussione su questioni cruciali che riguardano le politiche sanitarie e le loro conseguenze, così come i molteplici intrecci tra medicina, scienza, economia e politica. Tramite analisi rigorose e documentate, questo libro contribuisce ad aprire finalmente un dibattito plurale, per elaborare strumenti utili a orientarsi nel nuovo scenario e per immaginare modalità alternative, inclusive e democratiche, di gestione delle crisi.

Il video della presentazione (versione integrale) si trova qui

La presentazione di Eduardo Missoni qui

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Nuove recensioni di Misa Campesina

La terza edizione di Misa Campesina, rinnovata nel formato, con aggiornamenti storici in terza e quarta di copertina, arricchita di alcune foto e dei commenti dei lettori delle recensioni della stampa alle prime edizioni, riceve ora nuovi apprezzamenti, che continuerò a pubblicare nella apposita sezione di questo sito web.

Un invito a tutti i lettori ad inviarmi le loro impressioni e commenti all’indirizzo indicato all’interno del libro.

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19 di luglio: la Rivoluzione tradita e il tradimento dei compagni di lotta

Dal mio libro “Misa Campesina” giunto quest’anno alla terza ristampa con una veste grafica profondamente rinnovata e la contestualizzazione nella realtà attuale, nell’anniversario del trionfo della Rivoluzione Sandista e come testimone della ricostruzione di cui insieme a migliaia di giovani sono stato protagonista, estraggo e propongo un episodio, che la dice lunga sull’attuale dittatore Daniel Ortega talmente cinico e malvagio da sbattere in galera Dora Maria Tellez e mandare in esilio Sergio Ramirez. Buona lettura!

Dora María Tellez “Comandante Uno” nel giugno 1979 (da Wikipedia)

Una questione di etica

            “Quella sandinista è stata l’unica rivoluzione a consumarsi nell’arco di una sola generazione” sottolinea Dora María, ricordando quei dieci anni che l’attuale Governo sta cancellando sistematicamente dalla storia nicaraguense. Una rivoluzione consumatasi troppo rapidamente anche per colpa dei suoi dirigenti che nell’esercizio del potere, ma soprattutto nel momento in cui hanno dovuto abbandonarlo per passare le consegne, non hanno saputo conservare l’etica rivoluzionaria che li aveva ispirati e guidati al trionfo. Quello spirito di rinuncia, di altruismo per il quale si era disposti a sacrificare la vita se necessario, per la causa degli oppressi.

            Conobbi Dora Maria a Roma quando, allora Ministro della Sanità del Nicaragua, l’avevamo invitata insieme a tutti gli altri Ministri della sanità dell’America latina ad una Conferenza su “Salute ambiente e lotta contro la povertà” promossa dalla Cooperazione Italiana insieme alla Organizzazione Panamericana della Sanità. Ci trovammo a pranzo allo stesso tavolo. Ex comandante guerrigliera – passata alla storia come la comandante “uno” della presa del Palazzo Nazionale, uno degli episodi decisivi dell’insurrezione popolare – aveva trasferito la stessa passione e decisione nella gestione della sanità, un campo dove il Nicaragua fu poi preso a modello dalla comunità internazionale.

            “Quando hai di fronte una pagina bianca e sei tu a dettare le regole…hai un potere straordinario…”. Quel potere, in origine ispirato dall’etica rivoluzionaria e posto al servizio della costruzione di un’utopia, è oggi secondo Dora Maria il solo riferimento di Daniel Ortega, incapace di adattarsi all’idea di non essere più il presidente del Nicaragua.

            “Daniel non è uno che si mescola alla gente comune, non lo troverai mai a prendersi un raspado[1] per strada; non accetta nemmeno di essere un semplice deputato e di dover aspettare il suo turno per parlare…”.

            Dora Maria non è tenera nemmeno con l’altro dei due fratelli Ortega, Humberto. Rimasto a capo delle forze armate nicaraguensi anche durante il primo governo postsandinista di Violeta Chamorro, è ora alla testa di un gruppo economico che ha come principale referente proprio l’esercito.

            “Daniel e Humberto sono le due facce di una stessa medaglia; se Daniel non può fare a meno del potere politico, Humberto rappresenta il potere economico” anche grazie alla fortuna costruita durante la piñata.

            In Nicaragua, la piñata non è più il gioco infantile della pignatta, in cui ad occhi bendati si cerca di rompere con un bastone un pentolone di terracotta pieno di caramelle. Oggi indica il processo di spartizione con cui, una volta perso il potere, nei tre mesi di transizione tra il risultato elettorale ed il passaggio di consegne, molti dirigenti sandinisti si sono appropriati di una parte dei beni divenuti proprietà dello Stato con la Rivoluzione. Un processo completatosi più tardi, quando i sandinisti, ormai all’opposizione, negoziarono con il nuovo governo il trasferimento di parte delle proprietà pubbliche ai sindacati sandinisti. In cambio l’FSLN avrebbe sostenuto il processo di privatizzazione e di aggiustamento economico imposto dagli Organismi finanziari internazionali. Quelle proprietà rimasero però alla fine nelle mani dei singoli dirigenti sindacali.

            Dora Maria non usa mezzi termini, il suo linguaggio è immediato, condito di espressioni forti, popolari; la sua condanna degli ex compagni di lotta è senza appello. E’ un’analisi dura; mi provoca sofferenza. Sapevo che tornando dopo tanti anni avrei trovato un Paese diverso, mi avevano avvisato. Avevo messo in conto la sconfitta elettorale del sandinismo ed il sovvertimento di quel progetto sociale da parte dei governi successivi. Ma l’abbandono dei principi etici su cui la Rivoluzione si era fondata, alimentando quel movimento di solidarietà internazionale senza precedenti cui avevo preso parte, provoca una frustrazione ancora più grande.

            Con migliaia di giovani provenienti da ogni parte del mondo, con storie e credi diversi, avevo condiviso gli ideali di giustizia che la rivoluzione sandinista sembrava poter realizzare, nonostante le pressioni americane, resistendo – Davide contro Golia – alla guerra sporca, non dichiarata, finanziata dalla Casa Bianca. Per quella guerra di aggressione, nel 1986, il Tribunale Internazionale dell’Aja condannò gli Stati Uniti d’America al risarcimento dei danni subiti dal Nicaragua. Il Governo americano non riconobbe quel verdetto, anzi, rispose con un nuovo finanziamento di cento milioni di dollari per le operazioni della contra.

            Non una scelta politica, ma il destino mi aveva portato come volontario in Nicaragua. Ciononostante, pur restando critico rispetto a manifestazioni che per la mia storia non potevo condividere, mi ero speso in prima persona, interpretando i soprusi subiti come un fenomeno circoscritto, piuttosto che come l’espressione di un sistema, ma che erano forse, già allora, i sintomi precoci dell’allontanamento della nuova burocrazia dalla Rivoluzione.

            D’altra parte “la Rivoluzione” non è stata sconfitta militarmente, ma nel segreto dell’urna. Il logorio provocato dall’interminabile aggressione, lo stillicidio di morti, i sacrifici richiesti al popolo, ma anche il progressivo allontanamento della classe dirigente e di molti dei comandantes de la Revolución, da quello stesso popolo, avevano superato al momento delle elezioni del 1990, la forza ideale della Rivoluzione. La rivoluzione sandinista, ha comunque il merito di aver restituito il Nicaragua alla democrazia ed è con le regole della democrazia, che il popolo nicaraguense ha deciso di porre fine al sacrificio di decine di migliaia di giovani che al grido di “patria libre o morir” hanno difeso “la Rivoluzione” dall’attacco mercenario: nell’alternativa è prevalsa la morte.

            Oggi un cortigiano della dinastia dei Somoza è Presidente della Repubblica e, nonostante una consistente crescita economica, sono stati raggiunti livelli di miseria e degrado sconosciuti nell’epoca sandinista. Il potere reale di acquisto è oggi inferiore a quello di un decennio fa; quasi la metà della popolazione vive al di sotto della linea di povertà. Le strade sono piene di bambine e bambini che vivono in condizioni di abbandono, sopravvivono lavando i vetri delle automobili o chiedendo l’elemosina, quando non finiscono spacciatori di droga o nel giro della prostituzione. La popolazione femminile dedita alla prostituzione è aumentata del 400% nei dieci anni del postsandinismo e oggi il 40% delle prostitute sono minori, bambine. Clientelismo, nepotismo e corruzione si sono prepotentemente riproposti come metodo di governo. 

            È però il tradimento degli ideali da parte dei leader della rivoluzione -che Dora María riferisce-  a bruciare di più.

            “La piñata è stata la vera sconfitta della Rivoluzione, la vera perdita della santità” concorda Sergio Ramirez che, in un susseguirsi di fortunate coincidenze, incontro qualche giorno dopo.

            Membro della giunta di ricostruzione fin dal momento del trionfo e poi vicepresidente della Repubblica nel Governo sandinista nato dalle prime elezioni democratiche del 1984, dopo la sconfitta elettorale del 1990, Sergio Ramirez ha preso progressivamente le distanze dalla linea prevalente nell’FSLN e nel 1995 ha fondato insieme a Dora María – che ora lo presiede il Movimento Renovador Sandinista.

            Sergio Ramirez calca ancora la mano sugli aspetti etici, poi condanna la direzione “caudillista” di Daniel Ortega alla testa di un partito ormai senza progetto politico, ancora dotato di una struttura in grado di mobilitare le piazze, ma che non si è posto il problema di cosa fare quando non si è in campagna elettorale. Una struttura “vuota”, non più capace di dialogare con una società civile che si esprime attraverso un sempre più diffuso associazionismo e che, anche in Nicaragua, non si riconosce più nella struttura tradizionale del partito.

            Individuo significative coincidenze con la realtà italiana.


[1] granita

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Attualità del “Manifesto degli intellettuali antifascisti”

Video preparato per la manifestazione tenutasi a Roma “In difesa della costituzione e dei diritti umani” – Verità è Libertà, ma non presentato.

Circa cent’anni fa all’inizio di un altro Ventennio, un cospicuo numeri di intellettuali e primo firmatario Benedetto Croce sottoscrisse il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti.

Quel manifesto torna ad essere attuale di fronte all’instaurarsi di un regime che torna a violare i diritti umani, usando la pandemia come grimaldello per riaffermare il dogma neoliberale che tutto sacrifica alle leggi del Mercato trasferendo ogni potere alla grande finanza, concentrando profitti e ricchezza nelle mani di pochi, sacrificando la vita quotidiana del resto della popolazione. 

Con Croce e i firmatari di allora, gli intellettuali onesti di oggi sono chiamati a resistere:

“Per questa caotica e inafferrabile “religione” noi non ci sentiamo, … di abbandonare la nostra vecchia fede […] che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento”.

In un paese, l’Italia, che per quei principi di giustizia e libertà ha combattuto contro il Regime di allora, e su quei principi ha costruito la propria Costituzione e la democrazia, non possiamo accettare che si torni indietro.

L’introduzione di una tessera, un lasciapassare verde” che forse per vergogna storica e con evidente omologazione alla egemonia culturale globale si è voluto definire con parola inglese “Green Pass”, si configura come nuovo strumento di controllo sociale, discriminazione e violazione della libertà. Anche in aperta violazione della norma europea che esplicitamente sancisce che tale certificazione non deve comportare alcuna discriminazione

Uno strumento che in Italia ha un solo precedente: proprio quella tessera del partito fascista, senza la quale non si poteva lavorare. Oggi a chi non aderisce è preclusa ormai di fatto ogni attività sociale. 

Quella tessera verde, che ha reintrodotto nel nostro Paese un’ignobile apartheid, non è sostenibile sul piano scientifico, giacché ignora l’evidenza del contagio da parte delle persone vaccinate, e plurivaccinate. Non solo, i vaccinati abbassano la guardia favoriti dalle misure coercitive del governo, tese solo a penalizzare i vaccinati senza una solida logica di sanità pubblica. Così sono i non vaccinati a dover temere il contagio dai vaccinati che abbandonano ogni precauzione, non il contrario.

Mentre le imprese multinazionali del farmaco e i pochi gruppi finanziari da cui sono controllate, così come l’economia che gira intorno alla pandemia, continuano a fare profitti di migliaia di miliardi finanziati interamente con denaro pubblico, migliaia di operatori sanitari e dei servizi sociali, dipendenti pubblici e molti altri vengono sospesi e privati dei mezzi di sussistenza. L’economia del Paese è messa in ginocchio da misure che non si giustificano sul piano sanitario.

L’Oms, che pure ha grosse responsabilità nella promozione esclusiva dei vaccini a discapito delle cure precoci, possibili grazie a farmaci generici e a basso costo, ha appena dichiarato “inutili i richiami con i vaccini esistenti”.

Invece il Governo, con tutte le forze politiche conniventi, obbliga la cittadinanza a terze e quarte dosi, senza arrendersi di fronte alla evidenza dello svanire della già limitata efficacia dei cosiddetti “vaccini”, che non sono stati nemmeno progettati per contenere il contagio e sono in effetti terapie geniche che avevano un senso se somministrate a specifici gruppi a rischio anziani con comorbidità, certo non alla popolazione generale dove, possibilmente, hanno addirittura spinto la moltiplicazione delle varianti ed il cui impatto a lungo termine non è noto, mentre quello a breve termine è ampiamente sottostimato.

Chi si permette di contraddire la narrazione ufficiale della pandemia subisce la censura, moltitudinarie manifestazioni pacifiche sono state soppresse con violenza di regime, infiltrandole o lasciando libertà ai violenti per giustificare la repressione. Perfino i media sembrano rispondere alla parola d’ordine del regime oscurando o ridicolizzando l’espressione del dissenso.

 “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” recita il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani. Tutti senza distinzione di alcun genere.

Oggi in Italia che purtroppo fa da guida alla scelta di altri Paesi, quel principio è violato.

È giunto il momento di unirci nella resistenza donne e uomini liberi, lavoratori e lavoratrici, autonomi o dipendenti, pubblici e privati, nonché disoccupati, pensionati, giovani e anziani in un rinnovato anelo transgenerazionale di libertà e uguaglianza, richiamandoci all’inderogabile dovere di solidarietà affermato dalla nostra Costituzione e nella riaffermazione di quegli inviolabili principi che essa sancisce, contro ogni discriminazione, per il bene comune.  

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Profilassi e trattamento della COVID 19: benefici, rischi e qualità dell’evidenza

Un documento frutto di un intenso e approfondito lavoro svolto da un gruppo di ricercatori, medici, accademici e addetti ai lavori, intrapreso e portato avanti al fine di contribuire al dibattito sulla attuale pandemia COVID-19 da un punto di vista interdisciplinare.

Il documento è propositivo e intende offrire possibili soluzioni in alternativa a interventi coercitivi, i quali, in quanto tali, finiscono per sancire il fallimento del legislatore e della scienza nel far fronte alle sfide poste dalla cosiddetta “società della conoscenza” (Trattato di Lisbona, 2009). A causa della pressione del succedersi degli eventi e della scarsa familiarità con gli strumenti scientifici utilizzati per affrontarla, i decisori politici non hanno avuto l’opportunità di vagliare adeguatamente l’attendibilità delle opinioni e evidenze offerte dagli esperti. In tali contesti il dissenso tra studiosi è un indice di salute che non va censurato, ma anzi utilizzato per il consolidamento delle ipotesi di lavoro. Ci preme anche sottolineare l’importanza di una visione complessa e dinamica del problema, caratterizzato da meccanismi epidemiologici e sociali ricchi di feedback negativi e di rinforzo, che possono vanificare soluzioni univoche o statiche. La letteratura del “mechanism design” (Börgers, 2015) ci insegna come la programmazione di politiche miranti ad influenzare il comportamento del cittadino mediante incentivi e deterrenti (ad esempio fiscali), sia compito altamente complesso e gremito di trappole. A volte lo strumento può sviluppare una cascata di effetti paradossali (opposti a quelli attesi), o controproducenti in ambiti inattesi, o fenomeni di feedback negativo (Lucas 1976), che ne neutralizzano l’efficacia (Hess e Martin, 2006).

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Elezioni in Nicaragua: Orteguismo ad perpetuum?

"la revolución perdida
en el actual régimen de terror y mentira
la familia ha deforestado el país 
indefensos en la globalización"

Ernesto Cardenal

Quando la incontrai a Managua nel 1999, Dora Maria Tellez, la ex comandante uno della Rivoluzione sandinista, fu durissima con Daniel Ortega: “Daniel non è uno che si mescola alla gente comune, non lo troverai mai a prendersi un raspado (una granita) per strada; non accetta nemmeno di essere un semplice deputato e di dover aspettare il suo turno per parlare…” “Daniel non può fare a meno del potere”. Anche Sergio Ramirez, lo scrittore ex vice presidente del primo governo rivoluzionario, quando lo visitai, calcò la mano sugli aspetti etici e condannò la direzione caudillista di Daniel Ortega.

Di quelle conversazioni raccontavo nel mio libro “Misa Campesina” che ora esce nella sua terza ristampa. Erano considerazioni profetiche che già delineavano il carattere di Daniel Ortega, loro compagno nell’impresa rivoluzionaria che aveva sconfitto la trentennale dittatura della famiglia Somoza, innescando poi quell’incredibile mobilitazione di solidarietà internazionale nel processo di ricostruzione cui avevo partecipato. La guerra sporca della controrivoluzione finanziata dagli Stati Uniti era riuscita ad interrompere quella esperienza, permettendo che si riaffermassero un governo e politiche neoliberali.

Dopo aver riconquistato la guida del paese nel 2006, mentre metteva in atto un’importante agenda sociale (assistenza sanitaria, educazione, lotta alla povertà), il comandante ha flirtato con la destra e il neoliberismo, ha sedotto gli uomini d’affari aprendo le porte a forti investimenti stranieri.

Ora l’orteguismo – ovvero il regime imposto dalla coppia presidenziale Daniel e sua moglie Rosario Murillo – vorrebbe perpetuarsi a vita con “il terrore e la menzogna”, come ha scritto il poeta Ernesto Cardenal, ex Ministro della cultura del primo governo rivoluzionario.

Eliminate le voci dissenzienti, tra cui proprio quella di Sergio Ramirez, costretto all’esilio, e di Dora Maria Tellez, in carcere, e con avversari solo quelli delle liste civetta (in Nicaragua li chiamano “zancudos”, zanzare, abituati a vivere fuori dal sistema in cambio della partecipazione come comparse) utili a giustificare il processo, le elezioni del 7 novembre scorso sono state un circo dal copione e risultato già scritto: la vittoria degli Ortega che si sono attribuiti con il 75% dei consensi, ma che ha visto l’80% di astensioni (secondo le organizzazioni semiclandestine d’opposizione). Dunque, quarto mandato per l’attuale capo di stato, con la moglie Rosario Murillo che da vice diventa co-presidente.

Paradossalmente, oggi – a quarant’anni dal trionfo della Rivoluzione sandinista – può assumere nuovo significato tornare a leggere il libro, per ritrovare i valori e le speranze di allora e infondere energia nelle nuove generazioni, perché la tristezza possa trasformarsi nuovamente in sorriso “cuando todos regresemos a la Misa Campesina”.

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Misa Campesina. Un medico italiano nel Nicaragua rivoluzionario

Terza ristampa.

Da ottobre in libreria.

Una rilettura dell’esperienza vissuta da medico nei primi anni della rivoluzione sandinista, che assume nuova rilevanza in un momento storico in cui il Nicaragua vive di nuovo il terrore della dittatura e soffre la repressione del nuovo regime guidato da chi in quegli anni appassionanti aveva guidato il processo rivoluzionario, salvo poi tradire l’etica rivoluzionaria e con essa migliaia di giovani che da tutto il mondo giunsero per dare una mano alla costruzione dell’utopia.

Ma il libro trasmette un messaggio: “È possibile intraprendere percorsi nuovi, ma bisogna essere preparati individualmente e collettivamente ad affrontare ostacoli, tradimenti e sconfitte. Sempre pronti però a ripartire senza perdere di vista l’Obiettivo che dà senso alla Strada percorsa e quella che abbiamo ancora davanti”. Preparatevi ad una lettura avvincente

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Rilettura a vent’anni dal G8 di Genova “Un fondo globale per la salute: il G8 mostra il suo volto umano ?”

Dopo essermi dimesso dall’incarico di presidente del Gruppo di esperti sanitari del G8 (lettera), partecipai al Global Social Forum di Genova e in un panel con Susan George e Angelo Stefanini, presentai il mio punto di vista sulla nascita di quelloo che sarebbe diventato il Fondo Globale per la lotta all’HIV/Aids, la tubercolosi e la malaria, perlatro lasciando da parte anche la prima ipotesi ancora tutta italiana di un Fondo globale per la salute. Di seguito il testo integrale del mio intervento del 17 luglio 2001 a Genova.

Ancora non sappiamo se sarà dedicato esclusivamente all’HIV/AIDS, ad un più ampio spettro di malattie trasmissibili o genericamente destinato all’assistenza sanitaria, ma un nuovo fondo globale è già stato annunciato, separatamente dal segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, e dalla presidenza italiana del G-8.
La proposta sembrerebbe riscontrare un ampio consenso non solo tra i membri del G8 e nell’ambito delle Nazioni Unite, ma anche tra i paesi in via di sviluppo, nel settore privato e tra i rappresentanti della società civile (un termine che oggigiorno sembra comprendere anche organizzazioni filantropiche come ad esempio la fondazione Bill & Melinda Gates).
Il fondo globale per l’HIV/AIDS e la salute (come sarà probabilmente chiamato il fondo) sarebbe la dimostrazione di come il G8 abbia effettivamente messo la salute al centro dell’agenda dello sviluppo globale e della particolare attenzione dedicata alla lotta contro la povertà. Dunque, non vi sarebbe nulla da obiettare.
Ma cerchiamo di capire meglio i principali aspetti della proposta in questione.


La principale ragione addotta per la costituzione di un nuovo fondo globale (esistono già diverse iniziative simili a quella proposta dal G8; GAVI, IAVI, MIM, TB drug fund etc.) è che alla necessità di fondi aggiuntivi per 10-20 miliardi di dollari l’anno per dieci anni, necessari per la lotta contro alcune delle principali malattie infettive (ma Kofi Annan parla di 7-10 miliardi di dollari l’anno per far fronte alla sola epidemia di HIV/AIDS), non si possa far fronte con il solo Aiuto Pubblico allo Sviluppo ed è dunque indispensabile una “nuova partnership“.

Il nuovo fondo globale verrebbe costituito sulla base di una donazione iniziale da parte del G8 di 500 milioni di dollari e donazioni per un ammontare equivalente da parte dei privati; a tal fine s’inviterebbero le maggiori multinazionali a contribuire ciascuna con 500 mila dollari.

In merito alla gestione del fondo, è curioso che proprio il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, nel promuovere l’idea di un Fondo globale per l’AIDS abbia sottolineato che esso “dovrebbe essere governato da un comitato indipendente” – e ci si potrebbe chiedere: indipendente da chi? – esterno alle Nazioni Unite “perché” – ci dice Kofi Annan – “io voglio chiamare altri ad unirsi alla lotta”.

E’ lo stesso Annan a ricordare in un suo scritto recentemente apparso sul quotidiano italiano “La Repubblica”, che più salute rappresenta un grande vantaggio anche per il business, perché significa più lavoratori e più consumatori. Questo è l’argomento di Kofi Annan per giustificare di fornte al mondo del business la creazione di un nuovo Fondo Globale.
Proprio perché “un ruolo cruciale dovrebbe essere giocato dai contributi provenienti dal settore privato e dalle ONG”, il modo migliore per ottenere un simile sostegno – si legge in un documento del G8 – sarebbe quello di “associare il settore privato nel sistema di governo del Genoa Trust Fund“.

Dunque, le multinazionali, e non solo quelle farmaceutiche – come si specifica nel documento G8 – siederebbero nel consiglio di amministrazione del fondo, assieme ai rappresentanti dei paesi donatori, delle organizzazioni delle Nazioni Unite (in particolare OMS, UNICEF, UNAIDS) e della Banca Mondiale.

Ciò sulla base del curioso principio enunciato nel documento dei G8, secondo il quale “Il Governo spetta a coloro che forniscono e usano i fondi”.

Sulla base dello stesso principio si potrebbe ipotizzare che, chiunque offra di partecipare con propri fondi al bilancio di uno stato, anche nel caso in cui si trattasse di un boss mafioso o del leader di un cartello di  narcotrafficanti, debba partecipare di diritto al Consiglio dei ministri!

Sottolineo che nel documento del G8 non c’è nessuna traccia di un’eventuale partecipazione dei paesi più poveri al consiglio di amministrazione.

Ma veniamo al dunque. Chi sarebbe chiamato ad amministrare il fondo, a stabilirne il piano d’azione, a curarne il bilancio, a valutarne e approvarne i programmi?

Ovviamente la Banca Mondiale. Non è forse la Banca Mondiale il leader globale in sanità?  Naturalmente la Banca Mondiale amministrerebbe il Fondo attraverso un Segretariato cui  parteciperebbe anche personale proveniente da UNAIDS, OMS ed UNICEF.


Permettiamoci alcune osservazioni.

1. Riguardo alle risorse.


Attualmente (2000) l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (flusso finanziario netto) ammonta a 53 miliardi di dollari, pari allo 0,22% del Prodotto Nazionale Lordo dei paesi OCSE. I 10-20 miliardi di dollari richiesti per la lotta alle malattie infettive rappresenterebbero solo una piccola frazione delle nuove risorse che si renderebbero disponibili qualora si rispettasse l’impegno, assunto decenni or sono, di portare l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo allo 0,7% del Prodotto Nazionale Lordo, ovvero moltiplicando per tre o per quattro gli attuali 53 miliardi di dollari.
Ovviamente, qualunque contributo aggiuntivo proveniente dal settore privato sarebbe il benvenuto. Onestamente, però, chiedere 500.000 dollari ad una multinazionale è come chiedere una piccola carità, offrendo in cambio un enorme ritorno d’immagine, in sostanza a costo zero, e gli ovvi vantaggi aggiuntivi derivanti dalla partecipazione alla gestione del Fondo. Con le conseguenze che è facile prevedere.

Piuttosto, si dovrebbe invitare il settore privato a contribuire allo sforzo globale riducendo il prezzo dei farmaci, delle tecnologie e di altri beni correlati alla salute, producendo in tal modo un notevole effetto moltiplicatore nella riduzione dei costi dei servizi sanitari. Di per sé, il pieno rispetto dei diritti umani da parte delle multinazionali, la garanzia di più elevati standard lavorativi e l’adozione di cicli produttivi che rispettano l’ambiente, produrrebbero un impatto sulla salute pubblica, superiore a qualsiasi donazione.
Il supporto logistico nella distribuzione di farmaci ed altri beni sanitari, è solo una delle tante ulteriori forme possibili di collaborazione con il settore privato.

Senza considerare il ricorso a meccanismi di prelievo fiscale internazionale, ivi inclusa la cosiddetta “Tobin tax” sulle transazioni finanziarie, che potrebbero garantire un enorme, costante, flusso di capitali e risorse da reinvestire nei servizi sanitari.

2. Riguardo alla gestione del fondo

Indipendentemente dalla provenienza dei fondi, per quale ragione le risorse non dovrebbero essere raccolte e amministrate, dalle esistenti organizzazioni delle Nazioni Unite? L’UNICEF, ad esempio, non è forse un Fondo con una lunga esperienza nell’attrarre e canalizzare anche contributi provenienti dal settore privato? Perché mai un comitato “indipendente” per decidere dell’utilizzazione di risorse per la salute pubblica globale, e non invece l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ne ha il mandato e la legittimità? A chi risponderanno il nuovo Fondo Globale, ed i suoi organi di Governo? Non
esiste forse un evidente conflitto d’interessi tra la partecipazione dell’industria (soprattutto quella farmaceutica) ad un Comitato di Gestione che ha tra i suoi compiti la decisione di strategie di acquisto di farmaci?

Ancora, in un Comitato dove alcuni paesi membri dell’ONU sono autonomamente rappresentati, non verrebbe ad essere minata la legittimità delle Nazioni Unite quali rappresentanti di interessi collettivi della comunità internazionale?

Per avere una visione completa del processo interno al G8 e capire come da un iniziale approccio globale alla salute si sia giunti ad una proposta limitata alla costituzione di un Fondo Globale per la sanità, vi rimando alla lettura del paper che vi consegno in cui i passaggi più rilevanti sono sinteticamente descritti.

Comunque sia, quando si è persa la visione globale del diritto alla salute, per passare ad un approccio quasi commerciale della salute – soprattutto per il modo in cui ciò è avvenuto – mi sono sentito in dovere di presentare le mie dimissioni da Presidente del gruppo di esperti sanitari del G8 e ho deciso di portare avanti la battaglia insieme a voi. Continuando a lavorare “nel cervello del mostro” – come avrebbe raccomandato un mio collega argentino morto ammazzato sulle montagne della Bolivia nel 1967 – avrei corso il rischio di essere digerito io stesso dalle cellule killer del mostro.


[Nei Termini di Riferimento per la fase di consultazione preliminare sui temi sanitari, predisposti dalla Presidenza italiana e fatti circolare tra i partner nel mese di gennaio, si poneva l’accento su una serie di questioni di grande portata come la necessità di sistemi sanitari equi, efficienti ed efficaci; l’accesso ai servizi sanitari come punto centrale e la prevenzione come nodo fondamentale per “un approccio integrato allo sviluppo, che dia priorità al miglioramento delle condizioni di vita delle persone”; la rimozione dei fattori economici, commerciali, lavorativi, abitativi ed educativi, “che aumentano la vulnerabilità delle popolazioni alle malattie, e/o ne limitano l’accesso alla prevenzione e alla cura”; l’accesso ai farmaci e ad altri beni sanitari essenziali, e le questioni relative allo sviluppo delle capacità produttive locali e alla adozione di sistemi di prezzo differenziati; come pure la necessità di un maggiore coordinamento tra i partner istituzionali.

In quel primo documento “una cornice comune, a supporto del mandato e della direzione da parte di Organismi Internazionali, come l’OMS e di programmi specializzati delle Nazioni Unite” veniva presentata come una delle condizioni irrinunciabili.

La proposta del Fondo Globale è fu introdotta solo successivamente, in un documento intitolato “Oltre la cancellazione del debito” presentato nel mese di Febbraio alla riunione dei Ministri Finanziari del G7. Il Fondo globale divenne quindi il tema scottante del successivo incontro degli esperti sanitari del G8, tenutosi a Roma, nel mese di Marzo. In merito a quella proposta, nel corso di quell’incontro, emersero posizioni molto contrastanti tra gli esperti dei paesi membri; tuttavia, un elemento riscosse unanime consenso: non si sarebbe dovuta costituire nessuna nuova struttura o istituzione,  intesa come organizzazione messe in piedi per raccogliere o canalizzare fondi. Piuttosto si sarebbe dovuto ricondurre ad un’unica cornice le molteplici iniziative esistenti, e rinforzare le Istituzioni internazionali, promovendo meccanismi per accrescerne l’efficienza.

Circa un mese dopo, senza alcuna ulteriore consultazione tecnica, ogni altro tema relativo
alla salute venne cancellato dall’agenda del G8, e venne lanciata l’idea del “Genoa Trust Fund for Health Care”. La proposta prevedeva una nuova struttura, con un proprio comitato di governo, ed una quantità di questioni aperte.][1]

Probabilmente siamo tutti d’accordo sulla necessità di uno sforzo globale per colmare il crescente divario tra le risorse disponibili e i bisogni nella lotta per la salute e contro le malattie nei paesi più poveri, soprattutto nell’Africa Sub Sahariana. Ma anche con un fenomenale aumento delle disponibilità finanziarie, se non correggiamo prima di tutto i fattori strutturali d’iniquità che continuano a far crescere le disuguaglianze in salute, e non cerchiamo di evitare in ogni settore (economico, ambientale, educativo, etc.) le politiche che possano avere effetti secondari negativi sulla salute pubblica, la nostra battaglia per il diritto alla salute non avrà successo.


Servono maggiori risorse per far fronte alla drammatica situazione sanitaria in Africa e, possibilmente, procedure più efficienti per canalizzare quelle risorse verso i paesi più bisognosi. Dovremmo tuttavia essere molto cauti, evitando di sacrificare un consolidato diritto internazionale, valori ed organizzazioni già esistenti, in favore di nuove forse attraenti, ma molto discutibili partnership.

Di una partnership abbiamo certamente bisogno: una partnership veramente globale, tra tutti coloro che si battono affinché tutti siano cittadini del mondo.


[1] Il testo tra parentesi quadre è quello cui si rimanda nel discorso, contenuto nel paper, ma non pronunciato per esigenze di tempo.

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Rileggere le scelte del vertice G8 di Genova 20 anni dopo

Vent’anni fa il G8 a presidenza italiana decise di istituire il Fondo Globale per la lotta contro Hiv/Aids, tubercolosi e malaria. Ero stato il presidente del gruppo di esperti sanitari del G8 fino a quando rassegnai le dimissioni perché la presidenza italiana del G8 imponeva di adattare i verbali della riunione tecnica che avevo presieduto al progetto politico, piuttosto che riportare i risultati del nostro gruppo tecnico, che non erano favorevoli a quel progetto (spiegai le mie ragioni al Presidente del Consiglio in questa lettera di dimissioni dall’incarico. In una lettera al British Medical Journal scrissi “The Global Health Fund: a global bluff” Può essere interessante rileggerla vent’anni dopo. L’OMS sotto scacco mentre il filantrocapitalismo e i Partenariati Pubblico-Privato, come il Fondo Globale e l’alleanza GAVI la fanni da padroni. Nel libro “Geopolitica della salute. Covid-19, OMS e la sfida pandemica” scritto insieme a Nicoletta Dentico, parliamo anche di questo.

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No alla vaccinazione contro il Covid19 dei bambini.

Il 16 giugno 202i su invito del Sen. Armando Siri sono intervenuto in Senato per esporre le ragioni della Rete Sostenibilità e Salute e del suo Appello per la Moratoria alla vaccinazione anti covid-19 ai bambini.

Di seguito riporto i punti toccati nel mio intervento.

Riferimento all’Appello della Rete Sostenibilità e Salute per moratoria alla vaccinazione anti covid-19 ai bambin

L’appello è stato scritto e firmato da varie Associazioni mediche italiane, da medici e operatori sanitari impegnati in vari settori del Sistema Sanitario, nel campo della ricerca di base e universitaria, della prevenzione e della cura dei malati di COVID-19.

Non vogliamo essere assimilati a “no-vax” chiediamo un confronto aperto e basato sulle evidenze e su ricerche realizzate in assenza di conflitti di interesse

Non vi sono benefici diretti o indiretti

I bambini si infettano, ma di solito non si ammalano, se non con quadri clinici lievi e moderati.

Per i vaccini Covid-19, i potenziali benefici sono chiari per anziani e vulnerabili, non per i bambini;

Dati ISTAT-ISS: “Variazione dei decessi per il complesso delle cause, per genere, classe di età e ripartizione. Primo trimestre del 2021 vs 2015-2019” mostra per età 0-49 la riduzione della mortalità

I rischi derivanti dalla mancata vaccinazione dei bambini sono nulli.

La contagiosità dei bambini è molto bassa.

Si stima che sotto i 20 anni la suscettibilità all’infezione sia circa la metà rispetto a chi ha più di 20 anni.

Paesi che hanno tenuto aperte le scuole primarie mostrano il ruolo limitato dei bambini nel sostenere le trasmissioni e dagli screening effettuati nelle scuole sappiamo che esse sono uno dei luoghi più sicuri.

Immunità di gregge

È poco plausibile che si consegua l’immunità di gregge attraverso la sola vaccinazione di massa, perché:

I vaccini prevengono solo in parte la trasmissione del virus nella popolazione (e verso alcune varianti non pare vero neppure questo).

Viaviamo in una società globalizzata. Moltissimi paesi non sono nemmeno in grado di vaccinare la popolazione a maggior rischio. Vi sono signiifcative differenze di coipertura anche tra diverse aree di uno stesso Paese.

Emergono varianti, anche resistenti al vaccino, che si diffondono velocemente con gli spostamenti della popolazione.

Alti tassi di immunizzazione potrebbero creare una pressione selettiva che creerebbe un vantaggio per le varianti che quindi potrebbero infettare anche i vaccinati. Quanto più il virus si trova in un ambiente ostile (popolazione vaccinate) tanto più tendono ad affermarsi le varianti più virulente.

Conservare una parte di popolazione non a rischio (bambini e adolescenti) non vaccinata permette la circolazione del virus senza esercitare la pressione selettiva contribuendo alla naturale estinzione dell’epidemia.

Non sono ancora noti il livello e la durata della protezione fornita dal vaccino.

I vaccinati potrebbero essere spinti ad adottare un comportamento meno “attento” e trasformarsi nei principali diffusori del contagio.

Diverse specie animali (feline, primate, roditori) sono serbatoi del virus.

Potenziali conseguenze negative della vaccinazione

Ritardando l’età d’insorgenza di una infezione naturale, nei bambini quasi sempre lieve o asintomatica, si espongano gli individui, con l’avanzare dell’età, a infezioni da Sars-CoV-2 che comportano rischi maggiori e malattie progressivamente più gravi (Lavine J et al. BMJ 2021).   

I bambini sono più suscettibili a effetti avversi dei farmaci rispetto agli adulti, reagiscono in modo molto diverso nelle diverse età. Le sperimentazioni dovrebbero tenere conto di queste specificità, non applicare meccanicamente i criteri adottati per gli adulti. Nuove vaccinazioni nei calendari vaccinali potrebbero dare interazioni sconosciute anche con le vaccinazioni di routine.

Le stesse compagnie farmaceutiche considerano l’incognita effetti collaterali troppo rischiosa al punto che nei contratti con i governi hanno imposto la loro “non liability” declinando ogni responsabilità, trasferendola a istituzioni e operatori.

Sottostima degli eventi avversi

Reazioni anafilattiche, effetti gravi, ad esempio sulle piastrine o sulla pressione arteriosa (i vaccini, analogamente al coronavirus, esprimono la proteina spike e interferiscono con la regolazione di pressione arteriosa e flusso polmonare).

Vaccini realizzati con tecniche innovative possono avere effetti anche diversi da quelli finora riconosciuti.

Teorica possibilità di ADE (Antibody-Dependent Enhancement), con rischio di malattia polmonare più grave quando un vaccinato incontra i virus circolanti.

Non è chiaro se l’incidenza, oggi modestissima, della sindrome infiammatoria multisistemica correlata a COVID-19 (MIS-C) nei bambini sia prevenuta o possa invece persino aumentare con le vaccinazioni, esempi:

VAED (Vaccine-Associated immune-mediated Enhanced Disease), causata dall’interazione tra gli anticorpi indotti dal vaccino contro la Dengue e ceppi diversi del virus selvaggio, o

VAERD (Vaccine-Associated Enhanced Respiratory Disease), una reazione respiratoria grave manifestatasi nel 1967 con il vaccino contro il virus respiratorio sinciziale, il cui inoculo non produceva anticorpi protettivi verso un successivo contagio con il virus selvaggio.

Trombosi dei seni venosi cerebrali con trombocitopenia successivi alla vaccinazione

Rischio di reazioni autoimmuni attraverso un priming patogeno per somiglianza con proteine umane di quasi tutte le parti di antigene (epitopi) del virus SARS-CoV-2 a cui si legano gli anticorpi specifici immunogenici.

Incompleta sperimentazione

lo studio che ha portato all’approvazione dell’uso del vaccino Pfizer- BioNTech ha riguardato 2260 adolescenti, dei quali solo 1131 hanno ricevuto il vaccino, i restanti un placebo. Sono stati osservati per due mesi, eventi rari ma pericolosi si potranno presentare nel corso degli anni quando i vaccinati diventeranno milioni.

Con le vaccinazioni di massa negli adulti sono emersi i casi di trombosi dei seni venosi cerebrali con trombocitopenia successivi alla vaccinazione, soprattutto tra le donne, e stanno già emergendo segnalazioni di casi di miocardite e pericardite soprattutto tra maschi di giovane età.

Non dobbiamo fronteggiare una condizione grave o pericolosa per la vita dei bambini, e quindi: Nessun bambino deve essere esposto a rischi immediati e noti, seppur transitori, né a quelli a medio e lungo termine, ancora non emersi (principio di precauzione è imperativo etico)

È opportuno non autorizzare l’uso di emergenza dei vaccini, attendere le conclusioni di tutte le sperimentazioni, realizzare studi indipendenti e privi di conflitti d’interessi, tornare ad applicare tutte le misure cautelative e le procedure standard per gli interventi profilattici, realizzare ampi programmi di sorveglianza attiva.

In Italia la sorveglianza in atto è passiva, e questa sottostima in misura enorme gli effetti delle vaccinazioni, compresi quelli gravi.

L’esempio tedesco

Robert Koch Institut, consiglia la vaccinazione dei minori solo se obesi e portatori di alcune serie patologie (o contatti di soggetti ad alto rischio di Covid 19 grave che non si possano vaccinare), e la sconsiglia in tutti gli altri bambini e adolescenti.

Analoga posizione di altri stati europei

Aiutare davvero i bambini

Fronteggiare una pandemia gravissima: obesità. Con il corredo di malattie metaboliche, cardiovascolari, tumori, … 

Promuovere un’alimentazione sana e stili di vita adeguati a preservare le fisiologiche capacità difensive dell’organismo contro tutte le infezioni e anche contro le malattie croniche e degenerative.

Una vera transizione ecologica che richiede un forte impegno regolatorio e promotivo delle istituzioni.

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