Salute Pubblica e Salute Globale al tempo del Covid-19

Intervista di Michlangelo Carozzi per la Fondazione Ivo de Carneri (del cui Comitato Scientifico sono membro). Visita anche il sito della Fondazione: www.fondazionedecarneri.it

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Peru-Italia reflexiones sobre sistemas de salud e impacto de la pandemia Covid-19 en RPP del Peru

Cómo enfrentó el sistema de salud la pandemia de la COVID-19 en Italia y Perú? Como podemos mejorar nuestros sistemas de salud para responder a los desafíos actuales y futuros? Reflexionando con el Dr. Helmer Huerta en Radio y televisión peruana RPP

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Lettera aperta a difesa della OMS e del multilateralismo

Questa lettera aperta nasce dallo scambio di professionisti di diversa estrazione che negli anni hanno assiduamente interagito per lavoro con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rappresentando punti di vista diversi e divergenti.

Con queste riflessioni, vogliamo bilanciare la campagna denigratoria in corso contro l’agenzia, proponendo una prospettiva basata su fatti e sulla nostra esperienza comune.

La pandemia Covid-19 ha portato alla ribalta – nel peggiore dei modi possibili, purtroppo – due verità nascoste ai più. Innanzitutto, ci ha ricordato fino a che punto la salute sia un tema di estrema rilevanza nella gestione democratica di un paese, dato il legame intrinseco che sottende fra lo Stato e i suoi i cittadini, la risorsa più importante di qualunque società.

Inoltre, ha disvelato le complessità che si muovono intorno al tema della salute. Le recenti schermaglie Stati Uniti e Cina sulla gestione del virus dimostrano ancora una volta quanto la salute sia diventata nel corso degli anni, in un mondo globalizzato e interdipendente, un tema sempre più sensibile e collegato alla geopolitica. La salute non vive in isolamento. Sempre  più frequenti sono gli intrecci tra politica sanitaria e politica estera, a maggior ragione se consideriamo l’impatto che altre questioni di interesse sovranazionale come la sicurezza, il commercio, l’economia, la disuguaglianza, il cambiamento climatico, hanno sullo stato della salute.

L’unica istituzione internazionale posta a baluardo della promozione della salute dell’umanità è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), riferimento per tutti i paesi – soprattutto quelli più vulnerabili e meno equipaggiati di personale e sistemi sanitari. In quanto agenzia facente parte del sistema delle Nazioni Unite, l’Oms detiene il mandato costituzionale e la capacità tecnica di elaborare politiche e gestire la risposta di salute pubblica a supporto di tutti i paesi, anche (e soprattutto) nello scenario di crisi pandemica come quello di Covid19.

Mettere a rischio l’Oms oggi, tagliando i fondi o continuando a fomentare lo scetticismo frontale verso questa organizzazione, è una strategia che crea una reale minaccia globale alla salute dei popoli. Una strategia avventata, dunque.

Sia chiaro: l’Oms è un’organizzazione largamente imperfetta e nella gestione di Covid19 diverse cose potevano essere fatte meglio, sicuramente. Per esempio, avrebbe potuto essere più celere e decisa nel determinare la natura dell’epidemia, le responsabilità degli stati, la gravità del problema. Al di là del fatto che è ancora troppo presto per giudicarne l’operato nel corso di questa pandemia, l’agenzia ha dovuto confrontarsi con una pandemia oggettivamente senza precedenti. 

Inoltre, le critiche rivolte all’Oms possono essere rivolte oggi, specularmente, ai singoli governi che ne hanno ignorato gli appelli alla emergenza sanitaria e alla collaborazione. Infine, come rilevato da numerosi osservatori dopo le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump il 7 aprile scorso, è piuttosto irresponsabile prendere misure così forti contro l’Oms proprio nel bel mezzo di una pandemia che sconvolge il pianeta e potrebbe protrarsi ben oltre un anno.

Ogni epidemia è un evento imprevedibile e complesso per la comunità scientifica e per chi è chiamato a prendere decisioni. Quasi sempre si è messi sotto accusa. Fiumi di parole sono stati spesi nel 2009 contro l’allora direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, aspramente criticata per avere sovrastimato l’impatto dell’influenza suina. L’Oms è stata parimenti criticata per non essere intervenuta con il piglio necessario contro Ebola, in Africa, tra il 2014 e il 2015. Sappiamo però che affrontare una pandemia vuol dire affrontare l’ignoto. Le difficoltà nel venire a capo della pandemia prodotta da SARS-CoV-2 sono l’ennesima conferma. 

Dovrebbe esserci cooperazione e solidarietà in tempo di pandemie. Questo dovrebbe essere un momento in cui l’umanità dà una risposta collettiva e coordinata, all’altezza della sfida. I virus non hanno passaporti. Viceversa, nessun paese al mondo oggi è in grado di liberarsi di SarsCov2 in modo autonomo, senza l’essenziale raccordo con l’Oms.

Vogliamo chiarirlo a piene lettere: la nostra non è un’apologia dell’Oms. L’Oms e le Nazioni Unite, pur con i difetti e le carenze strutturali che abbiamo visto e vissuto in prima persona, restano le sole istituzioni di riferimento etico e politico per una governance inclusiva. Sono i principali luoghi deputati per un coordinamento globale dei governi. Le crescenti tendenze nazionaliste e una diffusa cultura avversa alla funzione pubblica stanno indebolendo questi spazi, ma è proprio lì che si possono e si devono discutere le sfide globali dell’umanità, con trasparenza e coinvolgimento delle parti interessate.  Occorre rafforzare queste istituzioni. 

Vorremmo suggerire un’ideale percorso per l’avvio di alcune riflessioni post-pandemiche.

Innanzitutto, occorre migliorare le modalità di attuazione di un dialogo multisettoriale, sia interno ai governi, con il coinvolgimento di altri dicasteri in dibattiti sanitari futuri, sia invitando al tavolo la società civile, il settore privato e i cittadini attraverso le rappresentanze parlamentari e democratiche. Questo è un modo efficace per costruire la fiducia e l’impegno necessario a determinare decisioni politiche condivise, da parte dei governi nazionali.

L’Oms deve creare un rapporto di costante confronto e collaborazione tra le parti, basato su regole chiare e nel rispetto degli interessi in campo, con una governance più efficace, anche sfruttando i suoi uffici regionali. I governi devono adempiere i loro obblighi legali con convinzione. Nello specifico, devono rispettare le norme vincolanti che si sono assunti con il Regolamento Sanitario Internazionale (RSI) del 2005 per contrastare le emergenze sanitarie, con spirito di trasparenza e cooperazione. Abbiamo visto invece come abbiano ignorato l’applicazione dell’RSI sin dalle prime fasi di COVID-19.

L’agenzia della salute ha bisogno di supporto politico e finanziario, non di attacchi. Per dare un ordine di grandezza, il suo budget annuale di circa 2,5 miliardi di dollari, di gran lunga inferiore al bilancio di alcuni ospedali americani, e meno del 20% del CDC di Atlanta (il Centro nazionale di controllo delle malattie infettive degli Stati Uniti d’America).  Solo una maggiore cooperazione può portare alla fiducia e alla condivisione delle informazioni necessarie alla comprensione della evoluzione pandemica, ciò che permette di superare le mere logiche geopolitiche. 

Per questo i governi devono prendere tutte le misure perché l’Oms diventi più autonoma politicamente, e ancora più autorevole tecnicamente, come istituzione pubblica internazionale sulla salute.

Mai il mondo ha avuto bisogno dell’Oms come adesso.

Questa lettera è stata firmata da:

Nicoletta Dentico, Head, Global Health Program, Society for International Development, Roma

Antonio Gaudioso, Segretario Generale, Cittadinanzattiva, Roma

Eduardo Missoni, Docente di Salute Globale, Università Bocconi e Bicocca, Milano

Mario Ottiglio, Managing Director, High Lantern Group, Ginevra

Eduardo Pisani, CEO, All.Can International, Bruxelles

Umberto Pizzolato, Biomedical Scientist, Vicenza

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Covid-19 e la corsa al vaccino. “Sicurezza sanitaria globale” e mercato

Uno degli aspetti più dibattuti nella lotta contro l’attuale epidemia di Covid-19 è lo sviluppo di un vaccino.

Attraverso i media il pubblico è ripetutamente portato a pensare che solo il vaccino sarà la soluzione e ci sarà una soluzione solo quando un vaccino sarà disponibile.

Una posizione che giustifica una corsa frenetica verso lo sviluppo di un vaccino (con il rischio di enormi investimenti pubblici, ma con ritorni privati).

Tuttavia, ci sono almeno due aspetti che non vengono presi seriamente in considerazione:

1. Le informazioni sulla risposta immunologica intima al virus Sars-Cov-2 (l’agente eziologico di Covid-19) sono ancora molto limitate e non offrono ancora un percorso chiaro e sicuro per lo sviluppo di un vaccino.

2. Per sviluppare un vaccino sicuro e efficace possono essere necessari anni (non mesi) e il successo non è assolutamente garantito. (I ricercatori stanno lavorando su un vaccino contro l’HIV-Aids da circa 40 anni e un vaccino non è ancora disponibile).

3. Il virus è solo l’ultimo anello della catena, a monte ci sono molti determinanti (sociali, economici, ambientali, culturali, politici) da considerare per una vera risposta nella lotta contro la malattia (non solo contro il virus) e per la salute, che non può che essere sistemica.

Quindi la domanda è: “Perché tanta e quasi esclusiva enfasi sul vaccino?

Nel 2016, nell’ambito del convegno internazionale “Epidemie e società, passato, presente e futuro” (tenutosi a Ginevra), ho presentato un documento sul tema “L’economia politica delle epidemie” (pubblicato nel 2017). Riproduco qui di seguito alcuni paragrafi di questo lavoro che possono contribuire a rispondere alla domanda


Nuove importanti risorse globali sono state proposte e mobilitate per rispondere alle emergenze. Gli strumenti di valutazione e i sistemi di reporting sono in discussione in seno all’OMS, con alcune proposte di nuovi meccanismi globali, strutture globali di finanziamento e valutazione indipendente da parte di attori globali. Tuttavia, la “sicurezza sanitaria globale” sembra ridursi alla risposta alle emergenze e al controllo delle malattie infettive, senza considerare le misure necessarie da adottare a livello locale e nazionale all’interno dei Paesi e a livello transfrontaliero, per rafforzare la capacità dei sistemi sanitari di fornire un accesso universale alle cure, a partire dall’assistenza sanitaria di base e dalla promozione della salute a livello comunitario.
Ad esempio, dopo l’epidemia di Ebola, i miglioramenti più notevoli sono stati quelli relativi alla sorveglianza e alle capacità di laboratorio. In Africa sono stati effettuati investimenti nella sorveglianza e nelle capacità di laboratorio attraverso una risposta integrata di sorveglianza delle malattie e il sostegno internazionale ai centri africani e subregionali di controllo delle malattie trasmissibili per il rilevamento e l’allarme tempestivo dei rischi di malattie infettive. Tuttavia, si sono registrati scarsi progressi, ad esempio, nelle capacità di affrontare i rischi chimici e di sicurezza alimentare, suggerendo che, mentre la regione potrebbe essere meglio preparata ad affrontare le epidemie di malattie infettive, questo potrebbe non essere il caso di altri rischi per la salute pubblica, tra cui le malattie croniche non trasmissibli, con prevedibili costi insostenibili che minacceranno la sicurezza sanitaria individuale e collettiva.

Inoltre, l’approccio alla sicurezza sanitaria globale non presta alcuna attenzione alla promozione della salute pubblica attraverso politiche pubbliche che esulano dalle competenze specifiche del settore sanitario, per controllare o almeno per ridurre l’impatto dei determinanti sopra descritti.
In questo contesto, la risposta internazionale alle epidemie è anche influenzata dalla necessità di “evitare inutili interferenze con il traffico e il commercio internazionale”.
L’epidemia di encefalopatia spongiforme bovina (BSE) (la malattia della “mucca pazza”, ndt) del bestiame britannico, iniziata nel 1986, raggunse il suo apice nel 1992. Quando nel 1987 comparvero i primi casi di BSE umana, nel 1987, fu soppresso il tentativo di un veterinario del governo di pubblicare un documento che descriveva uno dei primi casi di BSE, nel sud-ovest dell’Inghilterra, con l’argomento “dei possibili effetti sulle esportazioni e delle implicazioni politiche”.

Troppo spesso le epidemie suscitano anche l’interesse e la mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale solo quando si diffondono oltre i limiti dei paesi più poveri. In base a quanto riportato la risposta globale alla recente epidemia di Ebola (2013-2016) è stata lenta. Solo in agosto del 2014 l’OMS ha dichiarato l’epidemia di Ebola un’emergenza di salute pubblica di interesse internazionale, cinque mesi dopo che i primi casi erano stati segnalati all’OMS, 1.779 persone erano già state contagiate, 961 erano morte, l’epidemia si era diffusa in Nigeria e due operatori umanitari americani infettati in Liberia erano stati evacuati negli Stati Uniti. Solo in quel momento l’epidemia non poteva più essere vista come una crisi umanitaria che colpiva alcuni Paesi poveri dell’Africa, ma cominciava invece ad essere vista come una minaccia alla sicurezza internazionale per i Paesi sviluppati. A settembre si tenne una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e fu istituita la prima missione sanitaria d’emergenza dell’ONU, la United Nations Mission for Ebola Emergency Response (UNMEER), in quanto “la portata senza precedenti dell’epidemia di Ebola in Africa costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale”. Anche i retaggi coloniali sono diventati evidenti nell’organizzazione della risposta dell’Ebola, con l’assistenza militare fornita con il vecchio approccio coloniale.

L’enfasi sulla risposta tecnologica è un altro aspetto comune della risposta globale alle epidemie, che distrae dalle cause alla base dell’epidemia e dal necessario rafforzamento dei sistemi sanitari, facilitando l’accesso ai servizi e agli interventi di salute pubblica. L’attuale sistema di sviluppo di farmaci e vaccini segue il mercato e favorisce le malattie croniche che colpiscono principalmente le persone del mondo sviluppato, piuttosto che le malattie infettive e neglette che possono causare epidemie. Tuttavia, in presenza di epidemie “transnazionali” l’enfasi è posta sulla ricerca di un vaccino o di un farmaco, spesso percepito come “pallottola magica”. La sola epidemia ‘transnazionale’ di Ebola ha mobilitato investimenti per la ricerca di un vaccino ‘last minute’, e personalità eminenti come Bill Gates, Jeremy Farrar del Wellcome Trust e Seth Berkley di GAVI The Vaccine Alliance ha chiesto di finanziare ulteriori ricerche su farmaci, vaccini e test diagnostici, oltre a creare un sistema per accelerare l’approvazione di questi interventi durante una crisi.

Allo stesso modo, non appena l’epidemia di Zika ha fatto notizia, è stata posta molta enfasi sulla necessità di sviluppare un vaccino, piuttosto che sulla relazione della malattia e del suo vettore con le periferie urbane povere e sull’urgente necessità di intervenire con servizi igienici e il controllo dei rifiuti, fornendo adeguati investimenti globali a tal fine.


Conclusioni

I determinanti di vecchie e nuove epidemie, compreso l’aumento delle malattie non trasmissibili in modo epidemico, sono profondamente radicati nel modo in cui le società sono strutturate. Con l’accelerazione della globalizzazione e l’egemonia del modello di sviluppo neoliberale, non solo le malattie infettive si diffondono più velocemente senza frontiere, ma anche nuove pandemie, legate a stili di vita malsani e al degrado ambientale, sono diventate parte del comune destino planetario dell’umanità.
Chiaramente, la lotta globale alle epidemie del XXI secolo non possono essere ridotte a una risposta emergenziale alle malattie infettive. Piuttosto, deve estendersi alle malattie croniche non trasmissibili, identificando e agendo sui loro determinanti sociali, economici, politici e ambientali.

Interventi di pronto soccorso medico e gli interventi di sanità pubblica in risposta alle epidemie sono misure di ultima istanza. Le soluzioni tecniche ai problemi di salute tendono a lasciare intatti i determinanti sociali ed economici della salute e le interrelazioni
che li sostengono.

Certamente sono necessarie risorse per affrontare le emergenze e il loro impatto economico e sociale, tuttavia la risposta del settore sanitario alla prevenzione e al controllo delle epidemie deve essere basata sul rafforzamento a lungo termine dei sistemi sanitari. Un intervento che inizia a livello locale, all’interno dei paesi e in particolare a partire da un’assistenza sanitaria di base completa, universalmente accessibile, servizi di protezione sociale e approcci alla salute pubblica in grado di identificare, prevenire e gestire il rischio prima che diventi un’epidemia.

Tuttavia, molti fattori determinanti delle epidemie e, in generale, della sicurezza sanitaria globale, sono estranei al settore sanitario e al tradizionale ambito di competenza delle autorità sanitarie, e sono fortemente correlati – come salute globale in generale – con i processi di produzione e di consumo, con la struttura della società e con i processi, gli interessi e le influenze sociali, economiche e politiche, e inducono la necessità di una governance globale che faccia della salute equa la priorità in tutti i settori (ad esempio, agricoltura, commercio, industria, istruzione, ambiente) in cui le politiche pubbliche sono sviluppate e negoziate. La prevenzione delle epidemie deve quindi collegare le conoscenze epidemiologiche a processi politici che sono collettivi e comportano una sfida alle istituzioni economiche e sociali che certamente susciteranno un’opposizione politica, richiedendo appropriate strategie e alleanze per affrontare quella sfida.

Per modificare i driver strutturali delle epidemie sarà necessaria un’azione combinata globale, nazionale e locale che riorienti il modello di sviluppo egemonico basato sulla crescita, che non è sostenibile, socialmente iniquo e globalmente malsano. Un tale cambiamento di paradigma richiede necessariamente un sostanziale riorientamento delle politiche a livello nazionale, oltre all’impegno dei cittadini a livello comunitario. L’azione locale e nazionale, a sua volta, non può prescindere dalla complessità del mondo globalizzato e dalla necessità di controllare le forze transnazionali che influenzano la nostra vita quotidiana e infine la nostra salute, attraverso istituzioni e politiche in grado di farlo.

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“Mascherine per tutti e tutti per le mascherine”

Con Saluteglobale.it associazione di promozione sociale, in particolare del diritto alla salute, abbiamo esplorato a fondo il tema delle mascherine, concludendo sulla necessità di una urgente ulteriore revisione delle linee guida della OMS, nonché di indirizzare la ricerca su tecnologie appropriate per una produzione diffusa di dispositivi di protezione individuale, tenendo a mente anche le condizioni delle popolazioni più svantaggiate.

L’uso di mascherine chirurgiche e altri Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) è ormai al centro del dibattito e delle polemiche sulle misure di controllo della pandemia COVID-19. In Italia, anche su questo tema le Regioni e il coordinamento nazionale continuano ad andare in ordine sparso, con ordinanze e decreti contrastanti. L’immagine ripetuta di rappresentanti delle istituzioni che indossano una mascherina, spesso anche in modo improprio (es. lasciando scoperto il naso), mentre sottolineano che l’uso deve esserne riservato ai sintomatici è senz’altro un elemento aggiuntivo nel creare grande confusione.

Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 6 aprile 2020 continuano a sconsigliare l’uso di mascherine chirurgiche in persone asintomatiche, in quanto non ci sarebbero sufficienti prove circa la loro completa efficacia, una posizione seguita fin qui dalle nostre autorità sanitarie nazionali, ma che diverse Regioni italiane, nonché un numero crescente di paesi anche in Europa, non hanno preso affatto in considerazione. Come la Repubblica Ceca che per prima ne ha reso obbligatorio l’uso per tutti e come del resto era stato fatto in Corea del Sud e in Cina, paesi dove peraltro l’uso delle mascherine è da tempo parte del costume e il cui uso generalizzato viene considerato tra gli elementi del successo nel contenimento dell’epidemia.

In particolare, fin dalla prima edizione (29 gennaio 2020) le linee guida dell’OMS sono state tassative nello sconsigliare l’uso di mascherine di stoffa, perché potrebbe addirittura propiziare il contagio attraverso la ridotta efficacia per  un uso scorretto o generando un falso senso di sicurezza. Ciò non ostante, venerdì 3 aprile Mike Ryan, il responsabile dell’OMS per le emergenze  ha ammesso che anche le mascherine fatte in casa potrebbero contribuire a ridurre la diffusione del virus; di fatto contraddetto il 6 aprile dalle nuove linee guida dell’Organizzazione che ha ritenuto di non potersi esprimere con una raccomandazione in assenza di prove definitive né in favore, né contro il loro uso in comunità. L’OMS piuttosto continua a sottolineare il potenziale rischio derivante dall’uso generalizzato di mascherine che potrebbe creare un falso senso di sicurezza, indurre a trascurare le pratiche di igiene delle mani e di distanziamento fisico, comportare costi inutili e sottrarre le mascherine agli operatori in prima linea, soprattutto quando si è a corto di scorte. L’OMS se ne lava dunque le mani e lascia che siano le autorità nazionali a decidere cosa suggerire in merito all’uso di mascherine non omologate e realizzare ulteriori ricerche in tal senso.

Cerchiamo di approfondire.

Soprattutto nell’emergenza la decisione di sanità pubblica non può basarsi esclusivamente sull’insufficienza di prove di efficacia ottimale, quando mancano nel contempo prove ugualmente certe di un potenziale rischio. E’ invece indispensabile adottare una visione di sistema che tenga conto anche di determinanti sociali, culturali, economici e persino etici, oltre che di buon senso.

In effetti, la revisione sistematica della letteratura scientifica non individua studi che indichino un reale pericolo nell’uso diffuso di mascherine chirurgiche nella popolazione generale (“in comunità”) esiste invece un pressoché generale consenso sul ruolo delle mascherine nel ridurre  almeno in parte (in base al materiale o alla combinazione di materiali di cui sono fatte) l’esposizione di persone sane alle infezioni respiratorie e, in misura maggiore, di contrastare la capacità delle persone infette di diffondere l’infezione.

D’altra parte, esiste ormai ampio consenso sul fatto che il coronavirus possa essere trasmesso anche da persone asintomatiche. Risulta dunque evidente che l’uso di una barriera protettiva, per quanto non ottimale, sia per le persone sintomatiche che asintomatiche debba essere universale. Salvo promuoverne un uso corretto ed evitare che esso distragga da altre misure di protezione e controllo.

Resta il problema dell’approvvigionamento. La pandemia ha messo in discussione il funzionamento del mercato globale. Paradossalmente, quando la Cina – principale produttore mondiale –  all’apice dell’epidemia ha chiesto sostegno internazionale, molte delle mascherine vendute in Italia erano “made in Wuhan”. Nel mentre altri paesi produttori bloccavano le loro esportazioni per soddisfare il prevedibile aumento della domanda nazionale. Intanto, in Italia contravvenendo alle raccomandazioni del Ministero della Salute, un esercito di consumatori nel panico è corso ad acquistare ogni tipo di mascherine e respiratori, lasciando i rivenditori e soprattutto le strutture e gli operatori sanitari privi di qualsiasi DPI. Poiché questa mobilitazione non può essere fermata – va compreso che le persone sono mosse principalmente dal loro giusto desiderio di protezione personale – allora dovrebbe essere gestita.

Idealmente le mascherine dovrebbero rispondere a standard di sicurezza e qualità riconosciuti, ma l’attuale pandemia non è affatto una situazione ideale. Quasi ovunque, in Italia e all’estero, la domanda è superiore alla capacità di produzione ivi inclusa la riconversione dell’industria nazionale. Solo in Italia, laddove si volesse assicurare la disponibilità di mascherine usa e getta a tutta la popolazione l’approvvigionamento dovrebbe essere in quantità di almeno un centinaio di milioni di mascherine al giorno, senza considerare l’impatto ambientale del loro successivo smaltimento.

E’ per questo che vanno assolutamente ricercate soluzioni alternative, piuttosto che nascondersi dietro la scarsa efficacia per non promuovere l’uso universale della protezione individuale.

La produzione diffusa a livello comunitario e le mascherine fatte in casa appaiono come una buona soluzione anche per consentire che il materiale omologato di alta qualità e massima protezione sia riservato al personale sanitario e quello dovrebbe essere garantito dalle autorità sanitarie. Questa linea è stata sposata recentemente, con una significativa inversione di rotta, persino dal CDC di Atlanta, il centro di controllo delle malattie infettive degli Stati Uniti d’America, nonché dall’omologo Centro europeo di controllo e prevenzione delle malattie (ECDC).

Peraltro, in assenza di adeguata capacità industriale e/o d’importazione, nei paesi più poveri la produzione diffusa  a livello comunitario e/o domestico potrebbe essere l’unica opzione possibile.

Soluzioni più avanzate e sostenibili vengono anche da nuove tecnologie, come le stampanti 3D a basso prezzo sempre più accessibili in tutto il mondo, che consentono la produzione a livello comunitario di respiratori a perfetta aderenza realizzati in materiale plastico compostabile, ma dove rimane aperta la questione del materiale da utilizzare per l’elemento filtrante, anch’essa da investigare nell’ottica dell’accessibilità e sostenibilità.

Spetta dunque alle istituzioni, in primis alla OMS, individuare e promuovere le migliori soluzioni possibili (materiali, modelli, etc.) e promuovere ulteriori studi approfonditi in base a criteri di efficacia, sicurezza, disponibilità, accessibilità economica e sostenibilità, ovvero di tecnologia appropriata anche in contesti sociali ed economici svantaggiati. Privilegiando modelli riutilizzabili per evitare di contribuire alla generazione di milioni di tonnellate di rifiuti speciali.

È però essenziale, in questo sono tutti d’accordo, accompagnare la promozione dell’uso universale di mascherine con istruzioni rigorose e intense campagne di educazione sulle corrette modalità di produzione, uso, smaltimento e manutenzione, insistendo sempre sulla necessità fondamentale di combinare l’uso di DPI, con il lavaggio frequente delle mani, l’igienizzazione degli ogetti e degli spazi comuni, il distanziamento sociale e le altre misure di prevenzione e controllo dell’infezione.

Infine, l’uso generalizzato di mascherine, la produzione locale e l’approccio cooperativo potrebbero essere anche un ulteriore forma di emancipazione della popolazione e un modo per riscoprire il valore del contributo che tutti possiamo dare per vincere insieme la battaglia, come nell’epica risorgimentale di Dumas « mascherine per tutti e tutti per le mascherine ».

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Febbre Planetaria

Cambiamenti climatici e salute: l’accelerazione dettata dal neoliberismo globalizzato comporta effetti devastanti su ambiente, Casa comune e persone.

L’attuale epidemia di CoVid19 e il cambiamento climatico sono due manifestazioni del medesimo fenomeno di accelerazione del processo di globalizzazione; entrambi richiamano l’attenzione alla necessità di uno sforzo globale coordinato per far fronte alle nuove sfide. Molti altri aspetti legano la salute al cambiamento climatico e, più in generale alla profonda trasformazione dell’ecosistema determinata dal modello di società capitalista e consumista ormai globalizzato.

ATTIVITA’ UMANE

Il cambiamento climatico è il risultato dell’impatto sull’ambiente delle attività antropiche che hanno subito un drammatico aumento soprattutto a partire dalla cosiddetta rivoluzione industriale, e quindi da circa due secoli. Sebbene il cambiamento si manifesti attraverso una molteplicità di fenomeni, (innalzamento dei livelli del mare, eventi atmosferici estremi, riduzione dell’ozono e aumento delle radiazioni UV, ecc.) con diversi effetti sulla salute, l’innalzamento della temperatura atmo-

sferica media è l’indicatore utilizzato per il monitoraggio del cambiamento. Essendo principalmente la conseguenza dell’incremento delle emissioni di gas serra attribuibili ad attività umane, la loro riduzione è l’obiettivo degli interventi necessari a rallentare la crescita della febbre planetaria e quindi l’impatto sulla salute e sulla vita nel pianeta.

Già nel 2001 il Comitato Intergovernativo per lo studio dei Cambiamenti Climatici (Ipcc) segnalava che le emissioni di gas serra prodotte da attività umane stavano crescendo a un ritmo annuo compreso tra lo 0,5% e l’1% e che, con un simile andamento, l’aumento della temperatura media sarebbe stata di circa 4 gradi entro il 2100. L’Oms allora calcolava che il cambiamento climatico aveva causato in un solo anno 160.000 decessi e 5,5 milioni di anni di vita persi a causa di problemi di salute, disabilità o morte prematura, principalmente come conseguenza della malnutrizione, e in minor

misura di malattie infettive (in particolare malaria e diarrea), di ondate di calore e inondazioni. Le stime conservative più recenti per gli anni a venire parlano di almeno il doppio di decessi per ogni anno. È evidente che il calcolo dell’impatto sulla salute dipende dalle variabili che si prendono in considerazione. Infatti, gli effetti del cambiamento climatico sulla salute umane possono essere diretti, indiretti e legati alla trasformazione dei sistemi sociali.

DANNI

I primi impatti sono quelli causati dagli eventi estremi, come ondate di calore, inondazioni, repentini abbassamenti della tempe- ratura, uragani, ecc., ma anche dall’espandersi del “buco dell’ozono” e della conseguente aumentata esposizione a raggi UV. Oltre alle morti e alle lesioni gravi registrate in eventi catastrofici, gli effetti sulla salute includono l’aumentata incidenza di malattie cardiovascolari, malattie respiratorie, alcuni tipi di cancro, disturbi mentali. Gli effetti indiretti sono invece da collegare alla trasformazione dell’ecosistema causato dal cambiamento climatico, come ad esempio l’elevarsi della temperatura media che permette la diffusione di malattie infettive trasmesse da insetti vettori (malaria, dengue, febbre gialla, ecc.) in aree geografiche il cui clima precedentemente più freddo non ne consentiva la riproduzione. Un’analoga causa indiretta è rappresentata dalla modificata salinità di acque dolci dovuta a cicloni e piogge, nonché dall’innalzamento dei mari che permette ad esempio l’aumentata concentrazione di vibrioni colerici e la ridotta potabilità dell’acqua. Altrove l’acqua verrà a scarseggiare per il seccarsi delle falde acquifere. Infine, l’impatto sulla salute mediato dalla trasformazio- ne dei sistemi sociali interessa fenomeni come l’al- terata produzione agricola, alla base di denutrizione e insicurezza alimentare; la migrazione forzata dai determinanti ambientali, quali la siccità o l’innalzamento dell’acque marine.

I cambiamenti climatici pongono anche serie questioni di equità a livello globale. Le popolazioni, che stanno sperimentando il più significativo aumento di malattie attribuibili all’innalzamento delle temperature negli ultimi 30 anni, sono le meno responsabili nelle emissioni di gas a effetto serra. Le stime dell’Oms mostrano che il 99% del carico di malat- tia dovuto al cambiamento climatico, così come l’88% di quelle a carico dei bambini sotto l’età di 5 anni, è nei paesi più poveri contribuendo ad accrescere la diseguaglianza in termini di salute globale. Anche l’equità intergenerazionale è messa a repentaglio: probabilmente le generazioni future saranno esposte a malattie ambientali mai viste prima.

QUALE SVILUPPO?

Un’azione globale è dunque indispensabile per cercare di limitare il cambiamento e mitigarne l’impatto.

A partire dal 1992 quando a Rio de Janeiro, si tenne il cosiddetto “Summit della Terra”. In quell’occasione si adottò la Convenzione quadro sul cambiamento climatico, con l’obiettivo di prevenire ogni “pericolosa” interferenza tra attività umana e il sistema climatico. La Convenzione, che entrò in vigore due anni dopo, è stata ratificata da 197 paesi, quelle stesse “Parti firmatarie” della Convenzione si sono tornate a riunire anno dopo anno nelle cosiddette Confe- rences of Parties (Cop). Nella ventunesima sessione (Cop 21) svoltasi nel 2015, con l’ “Accordo di Parigi” ratificato nel giro di un anno da 153 paesi, è stato fissato l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2 gradi Cel- sius (rispetto ai livelli pre- industriali) con l’impegno a limitarne l’aumento a 1,5 gradi, riducendo le emissioni atmosferiche, con azioni a difesa del clima; aggiustamenti in risposta alle trasformazio- ni climatiche e il loro impatto; assistenza finanziaria ai paesi con maggiori difficoltà per aiutarli a recuperare, preservare e sviluppare un ambiente pulito a beneficio delle generazioni future. In tal senso, lo stesso accordo richiamava le Parti a rispettare e promuovere il loro impegno su diritti uma- ni, menzionando specifica- mente il diritto alla salute. L’allora direttore generale dell’Oms, Margareth Chan, sottolineando l’inestricabile collegamento tra salute e cli- ma, qualificò l’accordo non solo come un indispensabile trattato per salvare il pianeta da un danno grave e irre- versibile, ma come un vero e proprio trattato di sanità pubblica, in grado di salvare milioni di vite umane dato

l’inestricabile collegamento tra salute e clima. Purtroppo, gli impegni internazionali sono alla mercé dei governi firmatari. Con l’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, quel paese – insieme alla Cina, il massimo inquinatore mondiale – ha dichiarato il proprio ritiro dall’accordo, gettando la comunità inter- nazionale nello sconforto. Per quanto celebrati come un successo della diplomazia internazionale anche que- gli accordi appaiono insufficienti e appare evidente la necessità di un radicale cambiamento di rotta del modello di sviluppo.

Da tempo, per far fronte all’emergenza, da più parti si insiste sulla relazione tra cambiamento climatico e salute, richiamando la necessità di porre la salute al centro di tutte le politiche in tutti i settori (trasporti, abitazioni, energia, agricoltura) e a tutti livelli (nazionale, regionale, internazionale) e rafforzare nel contempo i sistemi sanitari per affron- tare le crescenti sfide.

Ma il cambiamento climatico non è che un aspetto della più generale trasformazione dell’ecosistema causato da un modello socio-economico insostenibile. Infatti, il modello di sviluppo dominante, ponendo indiscriminatamente l’accento sulla crescita economica e quindi sull’incessante aumento dei consumi su scala globale, è alla base di quella trasfor- mazione, con crescente e insostenibile sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili e un devastante inquinamento ambientale, con un impatto sulla salute incommensurabilmente più grande di quello misurato solo in relazione al cambia- mento climatico.

Anche la pandemia di CoVid19 è figlia della globalizzazione di questo modello di società. Quando ce ne renderemo conto potrà essere troppo tardi.

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Gracias por los recuerdos

por Edmundo Morales, médico de salud pública

Waslala, Hospital Fidel Ventura 1983

Después de la lectura de Misa Campesina uno de mis colegas/estudiantes del Instituto Nacional de Salud Pública de México compartiò sus recuerdos …

Tenía unos 7 años cuando en una caja arrumbada en lo que era el consultorio de mi padre, descubrí entre libros viejos y otras cosas, un casete. La curiosidad obligaba descubrir el contenido almacenado en la cinta magnética, además el descubrimiento daba oportunidad a usar la “grabadora”, recién regalada a mi familia por el gobierno del municipio, el cual había recibido como donación un tráiler cargado de electrónicos chinos, seguramente parte de algún cargamento de contrabando confiscado. La luz eléctrica recién había llegado a mi pueblo y ese cargamento significó para muchas familias, la primera grabadora, plancha eléctrica o el primer televisor (aunque ninguna señal alcanzara a llegar a esa zona de la Sierra Norte de Puebla). El casete en cuestión tenia grabado por un lado canciones de Mercedes Sosa y por el otro, canciones de Carlos Mejía y “Los de Palacagüina”, el repertorio incluía canciones como Jacinto Tiradora, Chinto Jiñocuago, Quincho Barrilete, El Cristo de Palacagüina, Creo en voz y Misa Campesina. Cuando mi padre me descubrió escuchándolo una y otra vez, solo me contó que uno de sus compañeros se lo había obsequiado en sus tiempos de estudio en la UNAM, no me contó más y toda mi infancia crecí escuchando esa cinta, pensando que Carlos Mejía y su grupo eran mexicanos hasta que ya inmerso en el movimiento estudiantil en mis estudios en Puebla, descubrí el origen revolucionario de sus canciones y la verdadera nacionalidad. La confusión inicial surgió debido a que sus canciones hablaban de todas las cosas que me rodeaban y por otro lado reflejaban muchos de los valores de mi familia y su catolicismo, profundamente solidario. Tiempo después descubriría que tenía muchos más vínculos y cosas en común con compañeros que crecieron en el campo en Nicaragua, El Salvador o en Ecuador, que con mis compañeros de clase media nacidos en la Ciudad de México o Puebla. Te cuento eso, porque como estos recuerdos, la lectura de tu libro me regalo tantas y tan variadas remembranzas, que me detendré a contarte sobre eso, cosa que es para mí más importante, que darte una crítica literaria que sería inexacta y precaria. 

Disfrute mucho la lectura de tus historias, casi todas ellas de una u otra forma, cercanas a profundos pasajes de mi vida. Tu transito por Nicaragua me recordó mucho la vida del compañero comandante Gaspar García, cuando te leía, cruzó por muchos momentos pasajes de la biografía de ese hombre humilde, amoroso y enérgico, resuelto a dar su vida por los pobres de cualquier parte del mundo, por cosas de la vida, esos pobres fueron los campesinos de Nicaragua, pero pudieron haber sido de cualquier parte del mundo.

Así fue que tus relatos congregaron al mismo tiempo, momentos de mi infancia en esa apartada región del norte de Puebla, las casa de tablas, los tiempos sin carretera ni luz eléctrica, la terrible pobreza, sobre todo de los indígenas totonacos que eran cerca del 80% de la población, las precarias condiciones de vida de la mayor parte de las personas, la labor de médico de mi padre en esas condiciones, pero también disfrutaba los relatos desde la perspectiva de estudiante de medicina, desde mis años en brigadas de voluntarios a comunidades como las que relatas y mi año de servicio social. En ese entonces estaba enamoro de la clínica, me apasionaba poder poner en practica mis limitados conocimientos para ayudar a personas de los pueblos que eran como el pueblo en que nací y crecí, cuando podía darle remedio a una enfermedad a algunos de los niños o niñas de esos pueblos, era como darle alivio a los amigos con los que jugaba en la primaria; pero que impotencia era saber que por mucho que me afanara en los conocimientos sobre clínica, nada mejoraría a largo plazo sin trabajos menos fatigosos, sin salarios de hambre, sin mejorar esas casas que no servían de refugio ni del frio, ni del agua, ni del viento, sin mejores oportunidades para alimentarse. Por esos tiempos mi madre me regalaba un disco titulado “Abril en Managua”, era el concierto en solidaridad ante la amenaza de una invasión estadounidense.  Pronto las lecturas de clínica y nosología se fueron mezclando con las lecturas de economía política, marxismo, historia de México (y también de Nicaragua). En el movimiento estudiantil marxista encontré argumentos para entender y encausar las frustraciones de una formación médica distante de los problemas de mi país. Así fue como abandoné la intención de hacer una especialidad clínica y opté por la salud pública y así fue también que me comencé a formar políticamente y a participar en organizaciones de izquierda. En México eso es peligroso, en ese entonces mucho más peligroso que ahora, por eso mi madre siempre trató vanamente de alejarme de la participación política y la organización popular, cosa que contradecía los valores cristianos que creo, yo había tomado demasiado enserio. 

Escribes sobre algo que hasta el momento no tolero, algo que me es difícil de tramitar emocionalmente y es el enojo que me provocan los colegas deshumanizados, insensibles y holgazanes frente al sufrimiento del prójimo. El desinterés por los pacientes y la mecánica burocrática con la que actúan me irrita, pese a que entiendo que las estructuras institucionales y las lógicas, condicionan en gran medida esas actitudes, nunca pude adaptarme a eso ni callarlo, lo que me ganó varias enemistades con colegas. Eduardo, admiro el tono en el que redactas esos pasajes, creo que yo sería mucho menos elegante. Por otro lado, te agradezco porque reviviste momentos de satisfacción enormes, momentos que uno atesora en la memoria como muestras de que un día uno fue útil, se ganó a pulso el pan o el café de ese día, el abrazo del campesino fue merecido, el kilo de tortillas o la servilleta bordada, como pago quedaron, daban el impulso, el respiro, la esperanza necesaria para continuar trabajando frente a las adversidades propias de quién está interesado en la salud pública.  Claro que esos momentos en su gran mayoría se los debo al heroico quehacer del médico rural, en el anonimato -cómo deben ser las verdaderas obras de bondad y solidaridad- queda el quehacer del salubrista, porque nadie tiene que agradecer por la diarrea que no dio, el nene que no murió por neumonía, el embarazo que transitó sin problemas. 

Como bien lo relatas, pienso que la práctica médica motivada por el amor al prójimo, en los pueblos pequeños, en los barrios, es la práctica médica por excelencia, porque los pacientes no son clientes, son personas y personas cercanas, conocidas, personas con la que entablas relaciones, afectos, incluso desafectos; en ese ambiente, las relaciones entre médico y pacientes tienen toda la carga de humanidad que puede existir, no el frio intercambio de datos de la practica hospitalaria urbana o de los consultorios destinados a expedir recetas. Estoy feliz de encontrar, a través de tu libro, tantas similitudes contigo. 

Pienso que sí “Una elección es siempre una limitación”, pero también es la puerta para nuevas alternativas y estoy seguro de que, como yo, habrá muchas personas que agradecen las elecciones que has tomado, entre ellas la de escribir este libro tan henchido de enseñanzas sobre el amor que motiva el quehacer médico, sobre el compromiso social, sobre la esencia de cristianismo y de una revolución interminable, permanente. 

Perdón si te aburrí con esas ideas sueltas y redactadas apresuradamente pero no quería dejar pasar la ocasión de agradecerte por los recuerdos que me evocó tu libro. Espero poder volver a conversar pronto contigo, porque además en reciprocidad, te tengo un regalo. 

Se me ocurrió escanear el libro, así si se te terminan los impresos, puedes compartir el archivo PDF en un acto de autopiratería, para no perder la tradición familiar. Te anexo el archivo.

Abrazos compañero. 

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Enfoques cooperativos – La nueva revista

Dominique Bénard, probablemente uno de los más grandes expertos (sin duda, entre los con más experiencia) del método educativo scout, se ha dedicado desde hace mucho tiempo, tanto teóricamente como en la práctica (como consultor de asociaciones que se ocupan de educación y promoción de la juventud), a profundizar los enfoques pedagógicos cooperativos más allá del escultismo. En septiembre lanzó una nueva revista bimestral “Enfoques cooperativos” publicada en cuatro idiomas (francés, inglés, español e italiano), invitándome a editar la edición italiana. Cada número de la revista se puede comprar individualmente o se acceder a una suscripción anual (seis números).

Estoy seguro que “Enfoques cooperativos” será muy útil y estimulante para todos aquellos que trabajan, estudian o simplemente se interesan por la educación de jóvenes y adultos, la gestión de organizaciones y la participación ciudadana.

Subscripciones: https://approchescooperatives.com/fr/categories/revue-bimestrielle-bimonthly-review/abonnements-subscriptions

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“Misa Campesina” ci ha fatto ritrovare

di Giorgio Bianchi

Era il mese di giugno del 1982 quando quel giorno, dopo un viaggio di almeno sei ore sotto la pioggia a bordo di una camionetta, per strade sterrate sulle montagne del Nicaragua, raggiunsi il piccolo ospedale di Waslala. Era una costruzione in legno e bambù piuttosto mal ridotta e lì conobbi Eduardo Missoni, che già da tre anni lavo-rava come medico volontario nei villaggi del Nicaragua, un Nicaragua appena uscito da una rivoluzione vittoriosa che aveva lasciato lutti e sofferenze. Rimasi pochi gior-ni, ma furono giorni intensi, di quelli che ti cambiano la vita. Di lui dopo la mia partenza, non seppi più nulla. Dovevano passare trentasette anni perché casualmente mi capitasse tra le mani un li-bro il cui titolo e l’autore attirarono subito la mia attenzione. “Misa campesina” di Eduardo Missoni. Scorrendo quelle pagine era come ritrovarmi, profondamente emozionato, immerso nell’atmosfera di quel tempo. Il libro racconta gli eventi che scandirono il tempo dei tre anni che Eduardo rimase in Nicaragua. Scopre e condivide giorno dopo giorno, un mondo dove la vita scorre in poveri villaggi di fango, abitati da un’umanità provata dalla guerra e dalla violen-za ma non abbandonata dalla speranza di un futuro migliore. Il lavoro nei campi, le feste, la religiosità più semplice, nascite e morti, l’amore, tutto visto con gli occhi di un medico che si prodiga ogni giorno, tra difficoltà inimmaginabili, povertà e condi-zioni igieniche disastrose a curare, con i pochi mezzi disponibili, i mali di quella comunità.Da quelle pagine le figure che emergono sono vive, sono reali, sono persone, ognuna con la sua storia. Mi pare quasi di vedere i loro volti: Padre Jorge, Flora, Domingo, Erlinda e tanti altri. I centri di salute sono il punto di riferimento per la popolazione, ma sovente tocca recarsi in villaggi isolati per sentieri che solo a cavallo si possono raggiungere, sotto la minaccia delle bande controrivoluzionarie che, sostenute dagli Stati Uniti d’America, tentano di rovesciare il governo sandinista. Ci sono giorni di sconforto per una vita che non si é potuta salvare e altri in cui si incomincia a crede-re ai miracoli. Ma sono le nascite che costellano gli eventi. Nuove vite che vengono al mondo, sovente tra molte difficoltà, ma che fanno sperare nel futuro. Non sono più ritornato in Nicaragua. Sapevo come stava cambiando con gli anni la vita, in quel paese, vittima di un neoliberismo trionfante dopo la caduta del sandini-smo. Sapevo che non avrei più ritrovato il mio Nicaragua, quel Nicaragua che aveva fatto sognare i molti che l’avevano conosciuto. Nelle ultime pagine del libro, Eduar-do racconta del suo ritorno dopo venti anni e trova tutto cambiato. Sono pagine permeate da una profonda malinconia per un sogno svanito col mutare degli eventi. Avevo fatto bene non ritornare e rimanere così col mio sogno. Sono grato a Eduardo per avere scritto questo libro. E’ un libro che cattura, da leg-gere tutto d’un fiato, che commuove profondamente, in cui ogni pagina rivela un mondo di persone semplici che lottano per una vita di stenti, una vita condivisa da Eduardo giorno dopo giorno, con amore.

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La globalizzazione della salute è un dato di fatto. Ricordatelo

Per questo per tutelarci serve un approccio multidisciplinare con una strategia che unisca medici, manager e policymaker

Articolo apparso sul numero di settembre di Sarfatti25, la rivista dell’Università Bocconi.

Le profonde trasformazioni prodotte in poco meno di un secolo dall’accelerazione del processo di globalizzazione permeano e trascendono i confini e i meccanismi di controllo na- zionali ben oltre l’intensificazione dei collegamenti e delle tradizionali relazioni tra stati, ridefiniscono la geografia delle relazioni sociali e richiedono nuove categorie di analisi e intervento anche nel campo della governance della salute e delle politiche sanitarie.

Le dimensioni planetarie dei problemi ambientali, sociali ed economici cui si assiste e di cui la salute è un fenomenale indicatore, richiedono che le politiche pubbliche con un impatto sulla salute delle popolazioni tengano conto della natura globale e intersettoriale dei determinanti.

Gli studi di salute globale si differenziano dai più tradizionali studi di sanità pubblica internazionale (ovvero relativi a iniziative di carattere sanitario negoziate e concordate nell’ambito delle relazioni tra Stati nazionali), e ancor più nettamente da operazioni puramente cosmetiche tese a ridefinire come attività di salute globale la cosiddetta medicina tropicale e le più diverse attività sanitarie svolte nell’ambito di programmi di studio o di aiuto allo sviluppo in Paesi terzi. L’approccio di salute globale guarda alla salute nella sua accezione più ampia, non solo come condizione fisica e mentale dell’individuo, ma anche nella sua correlazione con lo stato di benessere sociale. Si tratta di un approccio necessariamente interdisciplinare che affronta il tema in una dimensione transnazionale e globale, planetaria, dove i determinanti sociali, ambientali, economici e politici s’intersecano con crescente complessità, interagendo inevitabilmente con i sistemi nazionali e locali.

Per fare solo qualche esempio, si pensi alla trasformazione dell’ecosistema e ai cambiamenti climatici, dove nonostante l’evidenza degli effetti dei rischi ambientali sulla salute, gli impegni sottoscritti a livello globale tardano ancora le necessarie politiche ed investimenti per ridurne l’impatto, con conseguente inesorabile crescita dei costi sociali ed economici delle malattie dovute all’inquinamento.

Il facile diffondersi di epidemie, l’impatto sulla salute e l’accesso alle cure degli accordi di libero commercio, la salute dei migranti, le conseguenze di un’incontrollata circolazione di informazioni riguardanti la salute sulle reti sociali, sono altri esempi di importanti temi di salute globale. Affinché l’obiettivo di «benessere e salute per tutti, a tutte le età», iscritto nell’agenda globale per lo sviluppo sostenibile, non resti ancora una vol- ta pura retorica, è indispensabile un sostanziale cambiamento di paradigma. È necessario fare del- la salute umana e dell’intero ecosistema il perno dell’azione politica, sociale ed economica a tutti i livelli, globale, nazionale e locale, assicurando opportune interazioni e alleanze tra quelli, affin- ché davvero «nessuno resti indietro».

All’aumento del peso delle malattie croniche contribuisce in modo determinante anche il consumo di cibi ultraprocessati, promosso da aggressive strategie produttive e commerciali che solo un’azione transnazionale congiunta di tutti i settori della società può efficacemente contrastare. In tal senso la Convenzione quadro per il controllo del tabacco, entrata in vigore nel 2005, costituisce un importante modello di riferimento.

In tal senso sia i medici sia i manager e i policy maker interessati alla salute, indipendentemente dal loro ambito di attività, dovrebbero dotarsi delle competenze di salute globale.

Per approfondire

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