Dopo averlo ascoltato dal vivo: Misa Campesina

di Vincenza Lofino (studentessa Master ISPI)

“Vos sos el Dios de los pobres, el Dios humano y sencillo, el Dios que suda en la calle, el Dios de rostro curtido. 

Por eso es que te hablo yo así como habla mi pueblo, porque sos el Dios obrero, el Cristo trabajador”.

“Tu sei il Dio dei poveri, il Dio umano e semplice, il Dio che soffre nella strada, il Dio dal volto bruciato dal sole. Ecco perché ti parlo come parla il mio popolo, perché sei il Dio operaio, il Cristo lavoratore”.

Ed ogni volta che risuonano le parole della Misa Campesina nicaraguense, sembra di essere lì, in Nicaragua, con il dottor e professor Missoni (ma lui non ama i titoli e, anche dai suoi studenti, come dai campesinos del Nicaragua preferisce essere chiamato semplicemente per nome) immaginando il lavoro di un instancabile “operaio” in servizio, impegnato a sporcarsi le mani tra gli ultimi, a curare feriti e a salvare vite umane, così come suggeriscono i versi della Misa Campesina, il canto popolare della Messa dei contadini che dà il titolo al libro.

Composto nel 1975 ed eseguito principalmente in ambito liturgico, il canto, basato sullo stile musicale “Nica” originario della zona di Masaya, finì per assumere connotati politici rappresentando la cosiddetta “teologia della liberazione”, adottato tra i canti popolari durante i primi anni della Rivoluzione e del trionfo del Fronte Sandinista di Liberazione che nel luglio 1979, si impose sulla quasi ventennale dittatura di Anastasio Somoza.

La Misa Campesina era espressione di un’ “Iglesia Popular” (chiesa popolare) in ideale continuità con la strada tracciata dal Concilio Vaticano II, che contrastava con la posizione di certa  gerarchia della Chiesa Cattolica che aveva goduto delle simpatie del regime somozista. Lo spirito della Misa Campesina, tuttavia, era rimasto  sempre vivo anche durante la dittatura somozista, in clandestinità, nelle celebrazioni delle messe contadine e nell’esperienza popolare nicaraguense.

Fu proprio in questo momento storico che giunse dall’Italia il giovane medico volontario, inviato da un’organizzazione di Verona chiamata MLAL (Movimento Laici America Latina), assieme agli altri volontari ed internacionalistas, titolo attribuito a quanti erano giunti in Nicaragua per sostenere il processo di ricostruzione nel difficile momento di transizione successivo al trionfo della Revolución sandinista

Finiti gli studi universitari, Eduardo aveva optato per la sostituzione del servizio militare con un periodo di volontariato civile nella cooperazione internazionale e, influenzato da una certa sensibilità culturale e morale, maturata nello Scoutismo, aveva immaginato, in realtà, di prestare servizio in un ospedale in qualche villaggio africano; sebbene in fondo, per lui la destinazione di intervento non facesse poi molta differenza.

Alla fine fu la stessa destinazione a scegliere lui: Nicaragua! Un paese dove il MLAL, un’organizzazione di forte ispirazione cristiana, animata da speranze di democrazia e giustizia sociale ed impegnata nel coinvolgimento delle comunità nella costruzione della nuova società, era già presente da anni con i suoi progetti sanitari che ora facevano riferimento al nuovo Sistema Nacional Unico de Salud.

Perfettamente in linea con i suoi ideali, Eduardo non poteva certo rimanere indifferente alla chiamata dal Centroamerica, forte dei suoi principi di pace e giustizia sociale che si unirono all’impegno di molti altri medici volontari (religiosi e laici), il cui lavoro era prevalentemente rivolto all’educazione sanitaria, alla medicina preventiva nelle aree rurali e alle attività ambulatoriali negli ospedali locali.

Il doctor, in definitiva, si era ritrovato ad operare in un contesto politico difficile e in un contesto lavorativo che avrebbe messo fisicamente e mentalmente chiunque a dura prova… Tra l’umidità appiccicosa del caldo tropicale e l’umiltà di un piatto di riso e fagioli (l’esclusivo pranzo del contadino nicaraguese) e di un bicchiere di fresco (acqua e avena); tra pazienti più inclini ad una cura farmacologica (perché il farmaco cura!) rispetto ad un’educazione sanitaria che prevedesse anche una terapia di counselling e di sostegno; tra giovani e giovanissime partorienti spesso alla quinta o sesta gravidanza; ricoveri di urgenza da traumi da incidente stradale (per via delle pessime condizioni infrastrutturali del Paese) e diagnosi di malattie spesso prevenibili (e spesso fatali!) per incuria e disinformazione sull’importanza dell’uso quotidiano dell’acqua e per scarsa educazione ad una corretta igiene sanitaria.

Per 3 anni e con turni di lavoro incessanti, prestò servizio tra gli ambulatori delle aree comprese tra Matiguás, Ciudad Darío e i Centri de Salud di Terrabona e Waslala, passando per la “pericolosa montaña” (le comunità di montagna nicaraguensi), fornendo assistenza e medicina da campo nelle aree rurali.

In un Paese alle prese con un tasso considerevole di analfabetismo (all’epoca il 52% della popolazione, in gran parte contadina, era ancora analfabeta, secondo le statistiche ufficiali) e che vedeva uno spiraglio di cambiamento nelle Brigadas de alfabetización, impegnate nella campagna nazionale contro l’analfabetismo da poco avviata dal governo ed inviate soprattutto nelle aree più remote del Paese; e allo stesso tempo alle prese con i famigerati contras che di lì a poco avrebbero ricominciato a scorrazzare per il Paese spargendo terrore per ripristinare l’ordine del regime somozista e scacciare “l’incubo rosso comunista”…

Di tutto questo ed altro, rimane scritto nella storia di un Paese e nella storia personale e nelle memorie del nostro “prof.”

A conferma di ciò, le parole di Isabel Allende, la figlia del Presidente Salvador e senatrice cilena, stampate nella prefazione del libro, che hanno sortito lo stesso effetto ricevuto il giorno in cui io e i miei compagni di classe del Master ISPI (Master in Cooperazione Internazionale, Sviluppo ed Emergenze), abbiamo avuto il grande piacere (e l’onore!) di conoscere e di ascoltare Eduardo dal vivo a lezione.

Senza dubbio e in brevissimo tempo, è diventato uno dei miei modelli di vita di riferimento, cui guardare con profonda stima per imparare ed essere una persona impegnata a costruire, sempre con passione e con visione lungimirante, un mondo più bello e più solidale da lasciare a chi verrà dopo di noi.

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