Geopolitica della salute

Geopolitica della salute

Nel 2020, l’amministrazione Trump ha deciso di abbandonare l’OMS proprio mentre l’agenzia si trovava a fronteggiare la più importante crisi sanitaria della sua storia, ancora in corso. L’accusa frontale all’OMS di aver coperto l’opaca gestione dell’epidemia da parte della Cina, origine del virus, rivela quanto sia facile per l’agenzia diventare il capro espiatorio di un conflitto geo-politico tra paesi, in questo caso due potenze mondiali. Non è la prima volta che l’OMS si trova sotto tiro. In altre occasioni epidemiche si è mossa con incertezza, talora sbagliando. Ma la qualità del suo operato dipende molto da quella dell’intervento dei governi, ovvero dei soggetti titolari dell’organizzazione. Per valutarne le decisioni serve ripercorrere la sua storia, capirne il mandato, i meccanismi di finanziamento, le tensioni che attraversano la sua gestione. Questo libro vuole fare chiarezza, con un’analisi schietta, sul funzionamento dell’OMS, sulle influenze esterne cui è esposta, sulle responsabilità dei diversi “portatori d’interesse”. Il libro fa riferimento al contesto del Covid-19 e al ruolo dell’Organizzazione nelle emergenze sanitarie, ma l’intento è richiamare l’attenzione sulla sfida più grande: la tutela del diritto alla salute e l’azione della politica per promuoverne la realizzazione. Un obiettivo che richiede una OMS autorevole e credibile, all’altezza di un mondo che aspira sul serio a dotarsi degli strumenti per difendersi dalle nuove crisi sanitarie che già si prospettano all’orizzonte.

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Intervista

Dott. Eduardo Missoni, Lei è autore con Nicoletta Dentico del libro Geopolitica della salute. Covid-19, OMS e la sfida pandemica edito da Rubbettino: quali tensioni attraversano la gestione dell’Organizzazione mondiale della sanità? (continua a leggere)

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Santo Natale 2020

Due presepi artigianali. Uno di latta ritagliata e colorata, messicano, l’altro intagliato nel legno, del Rwanda. Entrambi lavorati da mani infantili, con i fiori che ho colto oggi per adornarli. Ci ricordano il vero spirito e il messaggio del Santo Natale della cristianità: la semplicità, l’essenzialità, la solidarietà che esprime l’amore per l’umanità – non generica, ma concreta, quotidiana, che si esprime in ogni persona – il rispetto verso la madre Terra. Gli ingredienti fondamentali della nostra salvezza. Che poi sono universali, non appartengono solo al Natale cristiano, sono i valori della Rinascita in qualsiasi cultura.

Auguro a tutte e tutti un sereno Santo Natale!

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Operatori sanitari e sistemi sostenibili per la salute in una società della post-crescita (Abstract)

L’Agenda 2030 firmata dai capi di Stato e di governo nel 2015 ha fissato 17 obiettivi di sviluppo sostenibile indivisibili e universali (OSS) e 169 obiettivi. Tra gli altri, l’Agenda 2030 propone di raggiungere una “crescita sostenibile, inclusiva e sostenuta” (OSS 8), di fatto un ossimoro dovuto ai “limiti della crescita” in un ecosistema finito.

L’ OSS 3, “Garantire una vita sana e promuovere il benessere per tutti a tutte le età”, include tra gli altri il traguardo “3.8: raggiungere una copertura sanitaria universale” (Universal Health Coverage, UHC).

Oltre a rappresentare una sostanziale regressione rispetto alla strategia originaria dell’OMS delle cure primarie per la salute (Primary Health Care), che affrontava tra l’altro i determinanti sociali ed economici della salute, l’obiettivo UHC e l’SDG3 sono di fatto irraggiungibili a causa del costante aumento della domanda da un lato e dell’offerta inadeguata di servizi sanitari dall’altro, entrambi determinati in larga misura da fattori esterni al settore sanitario e legati all’attuale insostenibile modello egemonico di sviluppo basato sulla crescita.

Concentrandoci sul modello di assistenza sanitaria e sulla generazione delle risorse umane, evidenziamo come entrambe siano rimaste per lo più ancorate a modelli biomedici ospedalo-centrici standardizzati e, oggi, globalizzati, inadeguati a soddisfare le esigenze e le aspettative di salute delle popolazioni.

Suggeriamo quindi la necessità di un cambiamento paradigmatico dell’organizzazione sanitaria e sociale (verso un approccio basato sui diritti umani e sui determinanti sociali, verso l’assistenza domiciliare e comunitaria, verso approcci olistici integrati, verso l’empowerment dei pazienti, etc.) e del modello educativo degli operatori sanitari (collegandolo alle caratteristiche specifiche dei contesti locali in termini di bisogni e risorse, e ad un nuovo quadro etico). Entrambi sono pilastri della trasformazione dei sistemi sanitari verso una società della post-crescita.

Qui trovi l‘articolo completo in inglese

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Competenze interculturali nell’educazione non formale e nello scoutismo

Un estratto del seminario “Le competenze interculturali a scuola e nell’educazione non formale: diversità dentro e fuori di noi”

Il seminario si è esvolto il 20 novembre 2020 nell’ambito dell’iniziativa “Sfide – La scuola di tutti 2020” organizzata dalla Casa editrice Terre di Mezzo.

Nel webinar Manila Franzini ha presentato il suo modello dinamico sulle competenze interculturali, che ho commentato alla luce dell’educazione non formale ed in particolare del metodo Scout.

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Storia di una crisi annunciata

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Vaccini antiinfuenzali, Covid-19, test rapidi ed ecosistema

Un intervista con Roberta Sias ieri 30 settembre, su Cusano Italia TV in una puntata della Mela al Giorno, dedicata alla salute e in particolare oggi a un focus sui test e tamponi rapidi, vaccino antinfluenzale e gli ultimi aggiornamenti sulla pandemia da Covid 19 con il Prof. Eduardo Missoni, Docente di Salute Globale presso la nostra Università Niccolò Cusano.

CUSANO ITALIA TV (Ch. 264 del digitale terrestre)

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Salute Pubblica e Salute Globale al tempo del Covid-19

Intervista di Michlangelo Carozzi per la Fondazione Ivo de Carneri (del cui Comitato Scientifico sono membro). Visita anche il sito della Fondazione: www.fondazionedecarneri.it

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Lettera aperta a difesa della OMS e del multilateralismo

Questa lettera aperta nasce dallo scambio di professionisti di diversa estrazione che negli anni hanno assiduamente interagito per lavoro con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rappresentando punti di vista diversi e divergenti.

Con queste riflessioni, vogliamo bilanciare la campagna denigratoria in corso contro l’agenzia, proponendo una prospettiva basata su fatti e sulla nostra esperienza comune.

La pandemia Covid-19 ha portato alla ribalta – nel peggiore dei modi possibili, purtroppo – due verità nascoste ai più. Innanzitutto, ci ha ricordato fino a che punto la salute sia un tema di estrema rilevanza nella gestione democratica di un paese, dato il legame intrinseco che sottende fra lo Stato e i suoi i cittadini, la risorsa più importante di qualunque società.

Inoltre, ha disvelato le complessità che si muovono intorno al tema della salute. Le recenti schermaglie Stati Uniti e Cina sulla gestione del virus dimostrano ancora una volta quanto la salute sia diventata nel corso degli anni, in un mondo globalizzato e interdipendente, un tema sempre più sensibile e collegato alla geopolitica. La salute non vive in isolamento. Sempre  più frequenti sono gli intrecci tra politica sanitaria e politica estera, a maggior ragione se consideriamo l’impatto che altre questioni di interesse sovranazionale come la sicurezza, il commercio, l’economia, la disuguaglianza, il cambiamento climatico, hanno sullo stato della salute.

L’unica istituzione internazionale posta a baluardo della promozione della salute dell’umanità è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), riferimento per tutti i paesi – soprattutto quelli più vulnerabili e meno equipaggiati di personale e sistemi sanitari. In quanto agenzia facente parte del sistema delle Nazioni Unite, l’Oms detiene il mandato costituzionale e la capacità tecnica di elaborare politiche e gestire la risposta di salute pubblica a supporto di tutti i paesi, anche (e soprattutto) nello scenario di crisi pandemica come quello di Covid19.

Mettere a rischio l’Oms oggi, tagliando i fondi o continuando a fomentare lo scetticismo frontale verso questa organizzazione, è una strategia che crea una reale minaccia globale alla salute dei popoli. Una strategia avventata, dunque.

Sia chiaro: l’Oms è un’organizzazione largamente imperfetta e nella gestione di Covid19 diverse cose potevano essere fatte meglio, sicuramente. Per esempio, avrebbe potuto essere più celere e decisa nel determinare la natura dell’epidemia, le responsabilità degli stati, la gravità del problema. Al di là del fatto che è ancora troppo presto per giudicarne l’operato nel corso di questa pandemia, l’agenzia ha dovuto confrontarsi con una pandemia oggettivamente senza precedenti. 

Inoltre, le critiche rivolte all’Oms possono essere rivolte oggi, specularmente, ai singoli governi che ne hanno ignorato gli appelli alla emergenza sanitaria e alla collaborazione. Infine, come rilevato da numerosi osservatori dopo le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump il 7 aprile scorso, è piuttosto irresponsabile prendere misure così forti contro l’Oms proprio nel bel mezzo di una pandemia che sconvolge il pianeta e potrebbe protrarsi ben oltre un anno.

Ogni epidemia è un evento imprevedibile e complesso per la comunità scientifica e per chi è chiamato a prendere decisioni. Quasi sempre si è messi sotto accusa. Fiumi di parole sono stati spesi nel 2009 contro l’allora direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, aspramente criticata per avere sovrastimato l’impatto dell’influenza suina. L’Oms è stata parimenti criticata per non essere intervenuta con il piglio necessario contro Ebola, in Africa, tra il 2014 e il 2015. Sappiamo però che affrontare una pandemia vuol dire affrontare l’ignoto. Le difficoltà nel venire a capo della pandemia prodotta da SARS-CoV-2 sono l’ennesima conferma. 

Dovrebbe esserci cooperazione e solidarietà in tempo di pandemie. Questo dovrebbe essere un momento in cui l’umanità dà una risposta collettiva e coordinata, all’altezza della sfida. I virus non hanno passaporti. Viceversa, nessun paese al mondo oggi è in grado di liberarsi di SarsCov2 in modo autonomo, senza l’essenziale raccordo con l’Oms.

Vogliamo chiarirlo a piene lettere: la nostra non è un’apologia dell’Oms. L’Oms e le Nazioni Unite, pur con i difetti e le carenze strutturali che abbiamo visto e vissuto in prima persona, restano le sole istituzioni di riferimento etico e politico per una governance inclusiva. Sono i principali luoghi deputati per un coordinamento globale dei governi. Le crescenti tendenze nazionaliste e una diffusa cultura avversa alla funzione pubblica stanno indebolendo questi spazi, ma è proprio lì che si possono e si devono discutere le sfide globali dell’umanità, con trasparenza e coinvolgimento delle parti interessate.  Occorre rafforzare queste istituzioni. 

Vorremmo suggerire un’ideale percorso per l’avvio di alcune riflessioni post-pandemiche.

Innanzitutto, occorre migliorare le modalità di attuazione di un dialogo multisettoriale, sia interno ai governi, con il coinvolgimento di altri dicasteri in dibattiti sanitari futuri, sia invitando al tavolo la società civile, il settore privato e i cittadini attraverso le rappresentanze parlamentari e democratiche. Questo è un modo efficace per costruire la fiducia e l’impegno necessario a determinare decisioni politiche condivise, da parte dei governi nazionali.

L’Oms deve creare un rapporto di costante confronto e collaborazione tra le parti, basato su regole chiare e nel rispetto degli interessi in campo, con una governance più efficace, anche sfruttando i suoi uffici regionali. I governi devono adempiere i loro obblighi legali con convinzione. Nello specifico, devono rispettare le norme vincolanti che si sono assunti con il Regolamento Sanitario Internazionale (RSI) del 2005 per contrastare le emergenze sanitarie, con spirito di trasparenza e cooperazione. Abbiamo visto invece come abbiano ignorato l’applicazione dell’RSI sin dalle prime fasi di COVID-19.

L’agenzia della salute ha bisogno di supporto politico e finanziario, non di attacchi. Per dare un ordine di grandezza, il suo budget annuale di circa 2,5 miliardi di dollari, di gran lunga inferiore al bilancio di alcuni ospedali americani, e meno del 20% del CDC di Atlanta (il Centro nazionale di controllo delle malattie infettive degli Stati Uniti d’America).  Solo una maggiore cooperazione può portare alla fiducia e alla condivisione delle informazioni necessarie alla comprensione della evoluzione pandemica, ciò che permette di superare le mere logiche geopolitiche. 

Per questo i governi devono prendere tutte le misure perché l’Oms diventi più autonoma politicamente, e ancora più autorevole tecnicamente, come istituzione pubblica internazionale sulla salute.

Mai il mondo ha avuto bisogno dell’Oms come adesso.

Questa lettera è stata firmata da:

Nicoletta Dentico, Head, Global Health Program, Society for International Development, Roma

Antonio Gaudioso, Segretario Generale, Cittadinanzattiva, Roma

Eduardo Missoni, Docente di Salute Globale, Università Bocconi e Bicocca, Milano

Mario Ottiglio, Managing Director, High Lantern Group, Ginevra

Eduardo Pisani, CEO, All.Can International, Bruxelles

Umberto Pizzolato, Biomedical Scientist, Vicenza

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Covid-19 e la corsa al vaccino. “Sicurezza sanitaria globale” e mercato

Uno degli aspetti più dibattuti nella lotta contro l’attuale epidemia di Covid-19 è lo sviluppo di un vaccino.

Attraverso i media il pubblico è ripetutamente portato a pensare che solo il vaccino sarà la soluzione e ci sarà una soluzione solo quando un vaccino sarà disponibile.

Una posizione che giustifica una corsa frenetica verso lo sviluppo di un vaccino (con il rischio di enormi investimenti pubblici, ma con ritorni privati).

Tuttavia, ci sono almeno due aspetti che non vengono presi seriamente in considerazione:

1. Le informazioni sulla risposta immunologica intima al virus Sars-Cov-2 (l’agente eziologico di Covid-19) sono ancora molto limitate e non offrono ancora un percorso chiaro e sicuro per lo sviluppo di un vaccino.

2. Per sviluppare un vaccino sicuro e efficace possono essere necessari anni (non mesi) e il successo non è assolutamente garantito. (I ricercatori stanno lavorando su un vaccino contro l’HIV-Aids da circa 40 anni e un vaccino non è ancora disponibile).

3. Il virus è solo l’ultimo anello della catena, a monte ci sono molti determinanti (sociali, economici, ambientali, culturali, politici) da considerare per una vera risposta nella lotta contro la malattia (non solo contro il virus) e per la salute, che non può che essere sistemica.

Quindi la domanda è: “Perché tanta e quasi esclusiva enfasi sul vaccino?

Nel 2016, nell’ambito del convegno internazionale “Epidemie e società, passato, presente e futuro” (tenutosi a Ginevra), ho presentato un documento sul tema “L’economia politica delle epidemie” (pubblicato nel 2017). Riproduco qui di seguito alcuni paragrafi di questo lavoro che possono contribuire a rispondere alla domanda


Nuove importanti risorse globali sono state proposte e mobilitate per rispondere alle emergenze. Gli strumenti di valutazione e i sistemi di reporting sono in discussione in seno all’OMS, con alcune proposte di nuovi meccanismi globali, strutture globali di finanziamento e valutazione indipendente da parte di attori globali. Tuttavia, la “sicurezza sanitaria globale” sembra ridursi alla risposta alle emergenze e al controllo delle malattie infettive, senza considerare le misure necessarie da adottare a livello locale e nazionale all’interno dei Paesi e a livello transfrontaliero, per rafforzare la capacità dei sistemi sanitari di fornire un accesso universale alle cure, a partire dall’assistenza sanitaria di base e dalla promozione della salute a livello comunitario.
Ad esempio, dopo l’epidemia di Ebola, i miglioramenti più notevoli sono stati quelli relativi alla sorveglianza e alle capacità di laboratorio. In Africa sono stati effettuati investimenti nella sorveglianza e nelle capacità di laboratorio attraverso una risposta integrata di sorveglianza delle malattie e il sostegno internazionale ai centri africani e subregionali di controllo delle malattie trasmissibili per il rilevamento e l’allarme tempestivo dei rischi di malattie infettive. Tuttavia, si sono registrati scarsi progressi, ad esempio, nelle capacità di affrontare i rischi chimici e di sicurezza alimentare, suggerendo che, mentre la regione potrebbe essere meglio preparata ad affrontare le epidemie di malattie infettive, questo potrebbe non essere il caso di altri rischi per la salute pubblica, tra cui le malattie croniche non trasmissibli, con prevedibili costi insostenibili che minacceranno la sicurezza sanitaria individuale e collettiva.

Inoltre, l’approccio alla sicurezza sanitaria globale non presta alcuna attenzione alla promozione della salute pubblica attraverso politiche pubbliche che esulano dalle competenze specifiche del settore sanitario, per controllare o almeno per ridurre l’impatto dei determinanti sopra descritti.
In questo contesto, la risposta internazionale alle epidemie è anche influenzata dalla necessità di “evitare inutili interferenze con il traffico e il commercio internazionale”.
L’epidemia di encefalopatia spongiforme bovina (BSE) (la malattia della “mucca pazza”, ndt) del bestiame britannico, iniziata nel 1986, raggunse il suo apice nel 1992. Quando nel 1987 comparvero i primi casi di BSE umana, nel 1987, fu soppresso il tentativo di un veterinario del governo di pubblicare un documento che descriveva uno dei primi casi di BSE, nel sud-ovest dell’Inghilterra, con l’argomento “dei possibili effetti sulle esportazioni e delle implicazioni politiche”.

Troppo spesso le epidemie suscitano anche l’interesse e la mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale solo quando si diffondono oltre i limiti dei paesi più poveri. In base a quanto riportato la risposta globale alla recente epidemia di Ebola (2013-2016) è stata lenta. Solo in agosto del 2014 l’OMS ha dichiarato l’epidemia di Ebola un’emergenza di salute pubblica di interesse internazionale, cinque mesi dopo che i primi casi erano stati segnalati all’OMS, 1.779 persone erano già state contagiate, 961 erano morte, l’epidemia si era diffusa in Nigeria e due operatori umanitari americani infettati in Liberia erano stati evacuati negli Stati Uniti. Solo in quel momento l’epidemia non poteva più essere vista come una crisi umanitaria che colpiva alcuni Paesi poveri dell’Africa, ma cominciava invece ad essere vista come una minaccia alla sicurezza internazionale per i Paesi sviluppati. A settembre si tenne una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e fu istituita la prima missione sanitaria d’emergenza dell’ONU, la United Nations Mission for Ebola Emergency Response (UNMEER), in quanto “la portata senza precedenti dell’epidemia di Ebola in Africa costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale”. Anche i retaggi coloniali sono diventati evidenti nell’organizzazione della risposta dell’Ebola, con l’assistenza militare fornita con il vecchio approccio coloniale.

L’enfasi sulla risposta tecnologica è un altro aspetto comune della risposta globale alle epidemie, che distrae dalle cause alla base dell’epidemia e dal necessario rafforzamento dei sistemi sanitari, facilitando l’accesso ai servizi e agli interventi di salute pubblica. L’attuale sistema di sviluppo di farmaci e vaccini segue il mercato e favorisce le malattie croniche che colpiscono principalmente le persone del mondo sviluppato, piuttosto che le malattie infettive e neglette che possono causare epidemie. Tuttavia, in presenza di epidemie “transnazionali” l’enfasi è posta sulla ricerca di un vaccino o di un farmaco, spesso percepito come “pallottola magica”. La sola epidemia ‘transnazionale’ di Ebola ha mobilitato investimenti per la ricerca di un vaccino ‘last minute’, e personalità eminenti come Bill Gates, Jeremy Farrar del Wellcome Trust e Seth Berkley di GAVI The Vaccine Alliance ha chiesto di finanziare ulteriori ricerche su farmaci, vaccini e test diagnostici, oltre a creare un sistema per accelerare l’approvazione di questi interventi durante una crisi.

Allo stesso modo, non appena l’epidemia di Zika ha fatto notizia, è stata posta molta enfasi sulla necessità di sviluppare un vaccino, piuttosto che sulla relazione della malattia e del suo vettore con le periferie urbane povere e sull’urgente necessità di intervenire con servizi igienici e il controllo dei rifiuti, fornendo adeguati investimenti globali a tal fine.


Conclusioni

I determinanti di vecchie e nuove epidemie, compreso l’aumento delle malattie non trasmissibili in modo epidemico, sono profondamente radicati nel modo in cui le società sono strutturate. Con l’accelerazione della globalizzazione e l’egemonia del modello di sviluppo neoliberale, non solo le malattie infettive si diffondono più velocemente senza frontiere, ma anche nuove pandemie, legate a stili di vita malsani e al degrado ambientale, sono diventate parte del comune destino planetario dell’umanità.
Chiaramente, la lotta globale alle epidemie del XXI secolo non possono essere ridotte a una risposta emergenziale alle malattie infettive. Piuttosto, deve estendersi alle malattie croniche non trasmissibili, identificando e agendo sui loro determinanti sociali, economici, politici e ambientali.

Interventi di pronto soccorso medico e gli interventi di sanità pubblica in risposta alle epidemie sono misure di ultima istanza. Le soluzioni tecniche ai problemi di salute tendono a lasciare intatti i determinanti sociali ed economici della salute e le interrelazioni
che li sostengono.

Certamente sono necessarie risorse per affrontare le emergenze e il loro impatto economico e sociale, tuttavia la risposta del settore sanitario alla prevenzione e al controllo delle epidemie deve essere basata sul rafforzamento a lungo termine dei sistemi sanitari. Un intervento che inizia a livello locale, all’interno dei paesi e in particolare a partire da un’assistenza sanitaria di base completa, universalmente accessibile, servizi di protezione sociale e approcci alla salute pubblica in grado di identificare, prevenire e gestire il rischio prima che diventi un’epidemia.

Tuttavia, molti fattori determinanti delle epidemie e, in generale, della sicurezza sanitaria globale, sono estranei al settore sanitario e al tradizionale ambito di competenza delle autorità sanitarie, e sono fortemente correlati – come salute globale in generale – con i processi di produzione e di consumo, con la struttura della società e con i processi, gli interessi e le influenze sociali, economiche e politiche, e inducono la necessità di una governance globale che faccia della salute equa la priorità in tutti i settori (ad esempio, agricoltura, commercio, industria, istruzione, ambiente) in cui le politiche pubbliche sono sviluppate e negoziate. La prevenzione delle epidemie deve quindi collegare le conoscenze epidemiologiche a processi politici che sono collettivi e comportano una sfida alle istituzioni economiche e sociali che certamente susciteranno un’opposizione politica, richiedendo appropriate strategie e alleanze per affrontare quella sfida.

Per modificare i driver strutturali delle epidemie sarà necessaria un’azione combinata globale, nazionale e locale che riorienti il modello di sviluppo egemonico basato sulla crescita, che non è sostenibile, socialmente iniquo e globalmente malsano. Un tale cambiamento di paradigma richiede necessariamente un sostanziale riorientamento delle politiche a livello nazionale, oltre all’impegno dei cittadini a livello comunitario. L’azione locale e nazionale, a sua volta, non può prescindere dalla complessità del mondo globalizzato e dalla necessità di controllare le forze transnazionali che influenzano la nostra vita quotidiana e infine la nostra salute, attraverso istituzioni e politiche in grado di farlo.

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“Mascherine per tutti e tutti per le mascherine”

Con Saluteglobale.it associazione di promozione sociale, in particolare del diritto alla salute, abbiamo esplorato a fondo il tema delle mascherine, concludendo sulla necessità di una urgente ulteriore revisione delle linee guida della OMS, nonché di indirizzare la ricerca su tecnologie appropriate per una produzione diffusa di dispositivi di protezione individuale, tenendo a mente anche le condizioni delle popolazioni più svantaggiate.

L’uso di mascherine chirurgiche e altri Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) è ormai al centro del dibattito e delle polemiche sulle misure di controllo della pandemia COVID-19. In Italia, anche su questo tema le Regioni e il coordinamento nazionale continuano ad andare in ordine sparso, con ordinanze e decreti contrastanti. L’immagine ripetuta di rappresentanti delle istituzioni che indossano una mascherina, spesso anche in modo improprio (es. lasciando scoperto il naso), mentre sottolineano che l’uso deve esserne riservato ai sintomatici è senz’altro un elemento aggiuntivo nel creare grande confusione.

Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 6 aprile 2020 continuano a sconsigliare l’uso di mascherine chirurgiche in persone asintomatiche, in quanto non ci sarebbero sufficienti prove circa la loro completa efficacia, una posizione seguita fin qui dalle nostre autorità sanitarie nazionali, ma che diverse Regioni italiane, nonché un numero crescente di paesi anche in Europa, non hanno preso affatto in considerazione. Come la Repubblica Ceca che per prima ne ha reso obbligatorio l’uso per tutti e come del resto era stato fatto in Corea del Sud e in Cina, paesi dove peraltro l’uso delle mascherine è da tempo parte del costume e il cui uso generalizzato viene considerato tra gli elementi del successo nel contenimento dell’epidemia.

In particolare, fin dalla prima edizione (29 gennaio 2020) le linee guida dell’OMS sono state tassative nello sconsigliare l’uso di mascherine di stoffa, perché potrebbe addirittura propiziare il contagio attraverso la ridotta efficacia per  un uso scorretto o generando un falso senso di sicurezza. Ciò non ostante, venerdì 3 aprile Mike Ryan, il responsabile dell’OMS per le emergenze  ha ammesso che anche le mascherine fatte in casa potrebbero contribuire a ridurre la diffusione del virus; di fatto contraddetto il 6 aprile dalle nuove linee guida dell’Organizzazione che ha ritenuto di non potersi esprimere con una raccomandazione in assenza di prove definitive né in favore, né contro il loro uso in comunità. L’OMS piuttosto continua a sottolineare il potenziale rischio derivante dall’uso generalizzato di mascherine che potrebbe creare un falso senso di sicurezza, indurre a trascurare le pratiche di igiene delle mani e di distanziamento fisico, comportare costi inutili e sottrarre le mascherine agli operatori in prima linea, soprattutto quando si è a corto di scorte. L’OMS se ne lava dunque le mani e lascia che siano le autorità nazionali a decidere cosa suggerire in merito all’uso di mascherine non omologate e realizzare ulteriori ricerche in tal senso.

Cerchiamo di approfondire.

Soprattutto nell’emergenza la decisione di sanità pubblica non può basarsi esclusivamente sull’insufficienza di prove di efficacia ottimale, quando mancano nel contempo prove ugualmente certe di un potenziale rischio. E’ invece indispensabile adottare una visione di sistema che tenga conto anche di determinanti sociali, culturali, economici e persino etici, oltre che di buon senso.

In effetti, la revisione sistematica della letteratura scientifica non individua studi che indichino un reale pericolo nell’uso diffuso di mascherine chirurgiche nella popolazione generale (“in comunità”) esiste invece un pressoché generale consenso sul ruolo delle mascherine nel ridurre  almeno in parte (in base al materiale o alla combinazione di materiali di cui sono fatte) l’esposizione di persone sane alle infezioni respiratorie e, in misura maggiore, di contrastare la capacità delle persone infette di diffondere l’infezione.

D’altra parte, esiste ormai ampio consenso sul fatto che il coronavirus possa essere trasmesso anche da persone asintomatiche. Risulta dunque evidente che l’uso di una barriera protettiva, per quanto non ottimale, sia per le persone sintomatiche che asintomatiche debba essere universale. Salvo promuoverne un uso corretto ed evitare che esso distragga da altre misure di protezione e controllo.

Resta il problema dell’approvvigionamento. La pandemia ha messo in discussione il funzionamento del mercato globale. Paradossalmente, quando la Cina – principale produttore mondiale –  all’apice dell’epidemia ha chiesto sostegno internazionale, molte delle mascherine vendute in Italia erano “made in Wuhan”. Nel mentre altri paesi produttori bloccavano le loro esportazioni per soddisfare il prevedibile aumento della domanda nazionale. Intanto, in Italia contravvenendo alle raccomandazioni del Ministero della Salute, un esercito di consumatori nel panico è corso ad acquistare ogni tipo di mascherine e respiratori, lasciando i rivenditori e soprattutto le strutture e gli operatori sanitari privi di qualsiasi DPI. Poiché questa mobilitazione non può essere fermata – va compreso che le persone sono mosse principalmente dal loro giusto desiderio di protezione personale – allora dovrebbe essere gestita.

Idealmente le mascherine dovrebbero rispondere a standard di sicurezza e qualità riconosciuti, ma l’attuale pandemia non è affatto una situazione ideale. Quasi ovunque, in Italia e all’estero, la domanda è superiore alla capacità di produzione ivi inclusa la riconversione dell’industria nazionale. Solo in Italia, laddove si volesse assicurare la disponibilità di mascherine usa e getta a tutta la popolazione l’approvvigionamento dovrebbe essere in quantità di almeno un centinaio di milioni di mascherine al giorno, senza considerare l’impatto ambientale del loro successivo smaltimento.

E’ per questo che vanno assolutamente ricercate soluzioni alternative, piuttosto che nascondersi dietro la scarsa efficacia per non promuovere l’uso universale della protezione individuale.

La produzione diffusa a livello comunitario e le mascherine fatte in casa appaiono come una buona soluzione anche per consentire che il materiale omologato di alta qualità e massima protezione sia riservato al personale sanitario e quello dovrebbe essere garantito dalle autorità sanitarie. Questa linea è stata sposata recentemente, con una significativa inversione di rotta, persino dal CDC di Atlanta, il centro di controllo delle malattie infettive degli Stati Uniti d’America, nonché dall’omologo Centro europeo di controllo e prevenzione delle malattie (ECDC).

Peraltro, in assenza di adeguata capacità industriale e/o d’importazione, nei paesi più poveri la produzione diffusa  a livello comunitario e/o domestico potrebbe essere l’unica opzione possibile.

Soluzioni più avanzate e sostenibili vengono anche da nuove tecnologie, come le stampanti 3D a basso prezzo sempre più accessibili in tutto il mondo, che consentono la produzione a livello comunitario di respiratori a perfetta aderenza realizzati in materiale plastico compostabile, ma dove rimane aperta la questione del materiale da utilizzare per l’elemento filtrante, anch’essa da investigare nell’ottica dell’accessibilità e sostenibilità.

Spetta dunque alle istituzioni, in primis alla OMS, individuare e promuovere le migliori soluzioni possibili (materiali, modelli, etc.) e promuovere ulteriori studi approfonditi in base a criteri di efficacia, sicurezza, disponibilità, accessibilità economica e sostenibilità, ovvero di tecnologia appropriata anche in contesti sociali ed economici svantaggiati. Privilegiando modelli riutilizzabili per evitare di contribuire alla generazione di milioni di tonnellate di rifiuti speciali.

È però essenziale, in questo sono tutti d’accordo, accompagnare la promozione dell’uso universale di mascherine con istruzioni rigorose e intense campagne di educazione sulle corrette modalità di produzione, uso, smaltimento e manutenzione, insistendo sempre sulla necessità fondamentale di combinare l’uso di DPI, con il lavaggio frequente delle mani, l’igienizzazione degli ogetti e degli spazi comuni, il distanziamento sociale e le altre misure di prevenzione e controllo dell’infezione.

Infine, l’uso generalizzato di mascherine, la produzione locale e l’approccio cooperativo potrebbero essere anche un ulteriore forma di emancipazione della popolazione e un modo per riscoprire il valore del contributo che tutti possiamo dare per vincere insieme la battaglia, come nell’epica risorgimentale di Dumas « mascherine per tutti e tutti per le mascherine ».

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