19 Luglio

prima2Correva l’anno 1980. Nicaragua, primo anniversario del trionfo della Revolución Sandinista negli occhi e nelle riflessionidi un giovane medico volontario appena giunto in quel paese.

da Misa Campesina, pp. 52-54

“Fin dalle prime ore dell’alba la Carretera Panamericana era percorsa da una fila ininterrotta di pullman e camion gremiti di persone che giungevano dalle regioni più lontane. Donne e uomini di tutte le età, moltissimi giovani; anche gli studenti che stavano alfabetizzando nella montaña tornavano quel giorno a Managua, per partecipare ai festeggiamenti del primo anniversario della Rivoluzione.
La plaza 19 de Julio, un grande spiazzo asfaltato apposta per l’occasione, era gremita: almeno trecentocinquantamila persone. Sul palco i dirigenti del Frente Sandinista de Liberación Nacional si alternarono al microfono. “Patria libre!” era la consigna, lo slogan, gridato a conclusione di ogni intervento “o morir!” rispondeva la piazza. “Patria o muerte!” riproponeva il palco, “Venceremos!” confermava la folla.
Tra i capi di stato e i grandi leader, solo Fidel Castro aveva risposto all’invito; gli altri, tra cui Carter, Breznew e Arafat, attesissimi, non erano venuti. Sarebbe stato un evento storico, forse avrebbe segnato dall’inizio un destino diverso per il Nicaragua.

Sandino aveva lottato contro l’imperialismo yankee, per la libertà del popolo nicaraguense. Nell’ideale sandinista si erano potuti riconoscere la maggior parte dei nicaraguensi che lottavano contro la feroce dittatura dei Somoza, vassalli del potente vicino del Nord. A pochi mesi dall’insediamento del governo nato dalla Rivoluzione, Violeta Chamorro – che sarebbe poi divenuta Presidente della Repubblica nel 1990 – e Alfonso Robelo, esponenti dell’ala moderata, si erano ritirati e l’FSLN “avanguardia del popolo” con i suoi nove comandanti era rimasto praticamente da solo alla guida del Paese. La bandiera rosso-nera del Frente Sandinista affiancò la bandiera nazionale bianco-azzurra. Le istituzioni e le organizzazioni popolari assunsero la denominazione sandinista, e sandinista era il modello socio-economico proposto. Non si parlava di socialismo e ancor meno di comunismo, parola che per decenni la persecutoria propaganda somozista aveva reso terribile e diabolica all’orecchio nicaraguense, borghese o campesino che fosse. Anche nella ricerca di un modello economico misto, si rifletteva l’originalità della rivoluzione nicaraguense.
Alla ricerca di una prudente, quanto difficile equidistanza dai blocchi, il Nicaragua sandinista si era iscritto tra i paesi non allineati. Oltre all’assistenza di Cuba, immediatamente solidale nei confronti del Nicaragua rivoluzionario, si registrò fin dall’inizio una significativa collaborazione dei paesi dell’Europa occidentale. Meno visibili, ma indiscutibilmente crescenti, erano le relazioni con i paesi del blocco sovietico.
A differenza di molti altri giunti in Nicaragua dopo il 19 di luglio del 1979, la mia partenza non era stata motivata dall’ideologia. e alcuni aspetti propagandistici mi lasciavano perplesso.

Finiti gli studi universitari avevo optato per la sostituzione del servizio militare con un periodo di volontariato civile nella cooperazione internazionale. Influenzato da Albert Schweizer, pensavo ad una “mia” Lambarané in qualche villagio africano. Una certa affinità culturale – anche specchio di un comune passato scout- con le persone che incontrai nel corso dei colloqui di selezione, avevano condizionato poi la mia scelta per il MLAL, destinazione la Colombia. Per tre mesi avevo condiviso con altri volontari in partenza e molti religiosi – anche loro in procinto di iniziare la missione nel Nuovo Continente – un periodo di intensa preparazione presso il Seminario America Latina di Verona.
Anche per la sua ispirazione cristiana, il MLAL non poteva rimanere indifferente a speranze di democrazia e giustizia sociale ed al coinvolgimento delle comunità cristiane nella costruzione della nuova società, con ben quattro preti al governo. Per me la destinazione non faceva molta differenza. Così quando mi proposero di andare in Nicaragua accettai. Non ero certo tra i “rivoluzionari” che avevano seguito quell’esperienza con trepidazione attraverso la televisione e i giornali; a differenza di molti miei amici, in quegli anni, non ero stato attratto dalla politica. Credevo però nei principi di pace e giustizia sociale, ed in quel senso il mio impegno e le mie scelte erano radicali.

La coscientizzazione insita nel metodo di Paulo Freire adottato per la campagna di alfabetizzazione, sembrava viziata dall’inserimento di elementi di propaganda ideologica nella cartilla de alfabetización. Radio e televisione (quest’ultima però praticamente assente in tutta l’area rurale) ripetevano continuamente slogan “rivoluzionari”. La giunta di governo era formata in prevalenza dai comandantes che avevano diretto fino all’anno prima la lotta di liberazione, ma anche da quattro preti, mentre il Paese rimaneva militarizzato. Mi era difficile capire quanto quella capillare presenza armata fosse giustificata da episodi di attività controrivoluzionaria, che a volte non sembravano distinguersi da manifestazioni di criminalità comune.

I bambini, la retaguardia, che sfilarono in piazza sotto il palco quel 19 di luglio, richiamarono alla mia memoria di italiano -seppure formata sui libri di storia e i racconti dei parenti- i “balilla” del ventennio; coì come la sfilata dei giovani inquadrati nella “gioventù sandinista” e la chiamata all’arruolamento nelle “milizie popolari”.
La manifestazione si concluse con la sfilata dei reparti militari. Era il primo anniversario della Rivoluzione sandinista ed erano trascorsi appena due mesi dal mio arrivo in Nicaragua.” Nicaragua_al_letto_del malato

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Tra le carte di mio padre

prima2A poco più di un mese dalla morte di mio padre, tra le carte che aveva messo da parte trovo questa bellissimo commento di una sua amica cui aveva donato il mio libro Misa Campesina:

Caro Attilio,

Ho letto con attenzione e talora con commozione il libro testimonianza di tuo figlio. Ecco, il frutto che si stacca dall’albero e se ne va lontano (noi non vorremmo. è nostro, l’abbiamo nutrito del nostro sangue e del nostro amore) per dare altri frutti, e che frutti! Ma come avete continuato a essere parte viavai e operante nella sua vita.

Non poteva non essere altrimenti, con una madre « che lo ah educato al mondo » e un padre che lo « ha spinto a far rotta verso l’orizzonte ». Che bella immagine, Attilio, di un padre generoso e forte e libero.

Ti son grata di avermi fatto partecipe donandomi il libro, di questa parte fondamentale della vita di tuo figlio. Mi ha toccato la forza e la determinazione del suo impegno, la sua sensibilità e rale capacità di rapporto con i più miseri, la sua disponibilità e dedizione professionale non solo nella cura, ma anche nella riceda, la sua sofferenza nel constatare quanto gli ideali che dovrebbero accomunare tutti gli uomini di buona volontà, vengano talvolta usati e traditi da chi se ne fa pubblicamente portatore. E la sua umiltà, la virtù dei veri grandi.

Ecco, avere questa capacità di star dentro alle cose di quoto mondo, conviverci e rimanere immuni perché « ancora una volta avevo la sensazione che sono altre le cose che contano ». Di quest immunità abbiamo bisogno, perché un ideale che si confonde con il desiderio del potere per il potere si appesantisce e cade come l’aquilone che ha perso il vento.

Che continui a volare, questo splendido aquilone, perché il cammino verso l’utopia è faticoso, difficile e anche pericoloso.

Noi qui , per dare un po’ di ali al nostro piccolo quotidiano abbiamo bisogno di sentore che qualcuno, da qualche parte, vola per davvero.

Ti abbraccio,

Maria

—-

si possono leggere tutte le recensioni qui

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Analisi della riforma della Cooperazione Italiana

Missoni-Actionaid-cooperazione
Dalla presentazione di Actionaid:

Lo studio del Prof. Missoni, dal titolo “Indirizzo politico, governo, controllo e attuazione nella riorganizzazione della Cooperazio- ne Italiana”, descrive i punti di forza e le contraddizioni del nuovo testo di legge, fornisce valutazioni comparative con altri sistemi di cooperazione e propone soluzioni operative in vista della messa in funzione della nuova architettura di governance della cooperazione italiana.
Indirizzo politico, governo, controllo e attuazione nella riorganizzazione della Cooperazione Italiana
Da questo percorso di riflessione emergono ancora molti aspetti da chiarire. Che tipo di rapporto si instaurerà tra la DGCS e l’Agenzia? Come verrà concretamente coinvolto il settore privato? La cooperazione manterrà il suo carattere “qualificante” della politica estera italiana? E poi i temi della coerenza delle politiche, della frammentazione delle risorse, la programmazione degli interventi di cooperazione, la partecipazione diffusa, l’impiego di risorse umane all’interno dell’Agenzia e tanti altri che sono oggi al centro dell’at- tenzione, non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche tra chi – dall’e- sterno – segue con interesse il processo di riforma.”

Scarica lo studio completo

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Malnutrizione e obesità: due facce della stessa medaglia

viaSarfatti25I paesi poveri soffrono di entrambi i mali. La causa è la disuguaglianza.

di Eduardo Missoni

Nel mondo 165 milioni di bambini soffrono di denutrizione, con gravi conseguenze sulla salute e sul loro sviluppo. Ogni anno un milione e mezzo di bambini muore di fame.
Ma la maggior parte della popolazione mondiale è ormai sovrappeso o obesa e soffre di malattie collegate a quella condizione, come diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari che costituiscono anche la prima causa di morte a livello mondiale e comportano enormi costi economici e sociali. A differenza di quel che si pensa, oggi l’obesità è un problema che affligge anche i paesi poveri che soffrono dunque del cosiddetto “doppio carico di malattia”. Di fatto la prevalenza di obesità è direttamente legata alla disuguaglianza nella distribuzione del reddito, piuttosto che al Pil di un paese.
Con l’accelerazione della globalizzazione si è modificato il sistema alimentare. Da un lato, la produzione alimentare industrializzata si è orientata in modo crescente all’esportazione, ricercando la massimizzazione dei profitti, con esternalizzazione dei costi sanitari, sociali e ambientali legati a quel modello di produzione (fertilizzanti, pesticidi, ogm, etc.), in contrasto con la necessità di soddisfare prioritariamente i bisogni nutrizionali della popolazione, e mettendo in pericolo le stesse capacità produttive locali. Dall’altro, quelle stesse strategie di mercato hanno modificato consumi e comportamenti alimentari, fin dalla prima infanzia. I cibi sani della coltivazione diretta e dell’elaborazione domestica, sono stati sostituiti da cibi a basso costo, alta densità energetica, resi permanentemente disponibili, saporiti, altamente processati, dannosi per la salute e che creano dipendenza.
L’aumento globale dell’obesità lascia prevedere una futura riduzione della speranza di vita, mentre già si registra un forte aumento della spesa sanitaria e sociale, destinata a crescere ulteriormente a breve e lungo termine.
Sono dunque urgenti politiche pubbliche che diano priorità alla salute e prevedano il controllo sul marketing dei prodotti alimentari dannosi per la salute; il consumo di cibi sani nelle mense pubbliche; uso della leva fiscale per incentivare la produzione e il consumo di cibi sani e disincentivare i cibi e cicli produttivi dannosi. Purtroppo, l’esperienza globale insegna che l’industria tende a contrastare attivamente gli interventi normativi per la salute pubblica, percepiti come ostacoli ai propri interessi commerciali. Indipendentemente dal fatto che si tratti di interventi di tipo soft-law, come nel caso dell’introduzione del Codice internazionale Oms/Unicef sulla commercializzazione dei succedanei del latte materno, o del tipo hard-law, come nel caso della Convenzione quadro sul controllo del tabacco.
Ciò non esclude che anche le iniziative e le strategie industriali di responsabilità sociale d’impresa (csr) e quelle di auto-regolazione del marketing possano giocare un ruolo, ma in generale quelle sono intraprese solo come risposta alle pressioni del mercato (modificata domanda e consumo critico) o per tamponare l’intervento pubblico. Gli approcci di co-regolamentazione pubblico-privata potrebbero anch’essi essere considerati, ma solo a condizione che possa esser garantita l’assenza di conflitti d’interesse e istituiti adeguati meccanismi di trasparenza e vigilanza.

➜ Produzione e consumo locali
In ogni caso, produzione eco-sostenibile e consumo sobrio di cibo sano dovrebbero rappresentare una priorità globale e integrare strategie di regolazione e di educazione a diversi livelli (locale, nazionale e globale). Critica è la necessità di riconoscere le cause strutturali delle diseguaglianze e il loro superamento. La crescente coscienza dell’assoluta insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e le molteplici esperienze tese a promuovere forme di produzione e consumo locali sono solo un passo nella direzione di un mondo in cui a nessuno manchi il cibo in quantità e qualità adeguate.

Pubblicato su viaSarfatti25 il 13.6.2015

http://www.viasarfatti25.unibocconi.it/notizia.php?idArt=15450

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Decrescita e Salute: l’azione locale dovrebbe essere associata a politiche globali e alla governance per la salute

chiocciola_decrescitaIl volume e l’aumento delle spese nel settore sanitario contribuiscono alla crescita economica, ma non sempre sono correlate con una miglior salute. Un’insoddisfacente evoluzione dello stato di salute, le inefficienze e i costi elevati dei sistemi sanitari, sono invece legati alla globalizzazione di una società basata sulla crescita, dominata da idee economiche neoliberiste e politiche di privatizzazione, deregolamentazione e liberalizzazione. Un approccio come quello della decrescita, inteso come una cornice che collega diversi concetti, idee e proposte alternativi alla crescita come obiettivo primario della società, può contribuire ad un miglioramento della salute e ad un uso più efficiente dei sistemi sanitari. Tuttavia, la sola azione per il cambiamento dei comportamenti individuali e collettivi non è sufficiente ad influenzare i determinanti sociali e a contrastare le potenti e pericolose forze del mercato. La qualità e le caratteristiche delle politiche sanitarie devono essere ripensate, e le politiche pubbliche in tutti i settori dovrebbero essere formulate tenendo in considerazione il loro impatto sulla salute. Uno spostamento di paradigma verso una società della decrescita più attenta, equa e sostenibile richiederà politiche di sostegno a livello nazionale e l’impegno dei cittadini a livello comunitario. Tuttavia, a causa dell’interdipendenza globale e delle inevitabili interazioni tra le forze globali e i sistemi nazionali, è essenziale un profondo ripensamento della governance della salute globale e la sua riformulazione in governance mondiale per la salute. Per sostenere la decrescita e la salute, è indispensabile costituire una forte alleanza tra leadership impegnate, nazionali e globali, tra queste soprattutto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e una società civile attiva, ben informata, interconnessa a livello transnazionale, che miri a includere e difendere gli obiettivi e le priorità della salute in tutte le politiche e a tutti i livelli, anche mediante la regolazione delle forze di mercato a livello mondiale.

Leggi l’articolo originale in inglese

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Scautismo è camminare insieme e superamento di tutte le diversità

UntitledAtti del Seminario

“L’Educazione Scout dinanzi alla sfida della Multiculturalità”

AGESCI, Regione Sicilia, Canicattì 31.1.2015

Intervento di Eduardo Missoni
Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’accelerazione del processo di globalizzazione, inteso come crescente interconnessione e interdipendenza dei popoli oltre ogni barriera geografica e politico-amministrativa. Si tratta di un processo che da un lato ha creato molte nuove opportunità, dall’altro è accompagnato dall’emergere di sfide senza precedenti. Non possono sfuggire le crescenti disuguaglianze sociali ed economiche, il degrado ambientale derivante da modelli insostenibili di sviluppo, le persistenti disuguaglianze di genere, l’iniqua diffusione di antiche e nuove malattie altrimenti prevenibili, l’accentuarsi dell’intolleranza culturale, etnica, religiosa, politica e le manifestazioni di discriminazioni di ogni genere.
Quotidianamente esposti all’informazione sull’evoluzione della situazione economica, rischiamo di non renderci conto di una crisi più profonda, una crisi strutturale, di sistema. Mentre i massimi responsabili delle istituzioni discutono sui modi migliori per assicurare la ripresa della “crescita”, davvero pochi di loro s’interrogano sulle conseguenze sociali dell’applicazione di quel dogma economico che misura il successo in base al volume delle transazioni economiche. Già Bob Kennedy nel 1968 richiamava l’attenzione dei suoi connazionali sull’inadeguatezza del Prodotto Interno Lordo (PIL) come indicatore di progresso: “Il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Nel suo “Consumo e dunque sono” Zygmund Bauman ci ricorda come la produzione di tutte le merci ha come destino ultimo il consumo. La spinta per favorire l’incontro tra consumatori potenziali e i potenziali oggetti di consumo ha condotto alla mercificazione della società e di tutte le relazioni umane e ad un’economia che deve fare affidamento sull’eccesso e sullo spreco per riprodursi. Per far crescere rapidamente il PIL è infatti indispensabile far prosperare il ricambio delle merci accelerandone l’obsolescenza, affinché nuovi consumi richiedano costantemente e in maniera crescente nuova produzione. Un’economia che richiede un’inesauribile fonte di risorse naturali ed un altrettanto inesauribile spazio per la discarica dei rifiuti che produce; un modello di sviluppo incompatibile con il carattere finito del pianeta e delle sue risorse.
Seguendo questo modello diviene indispensabile l’accelerazione degli scambi commerciali liberandoli a tal fine da ogni possibile calmiere e regolamentazione. Di qui la riduzione del ruolo dello stato, la privatizzazione e la liberalizzazione dei mercati promossi dall’ideologia neoliberale divenuta egemonica a livello globale e accompagnata dalla concentrazione della ricchezza in un numero sempre e più ristretto di persone. Un recente rapporto dell’Oxfam calcola che entro la fine dell’anno l’1% della popolazione mondiale controllerà il 99% della ricchezza prodotta dal pianeta; 85 persone super ricche possiedono oggi l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Quelle stesse élite che detengono il potere o di riflesso, l’agenda politica globale, rinforzando così il sistema e le sue iniquità.
Sono stati così progressivamente erosi i principi e le politiche della solidarietà sociale, e con essi il senso di comunità e di coesione sociale su cui gran parte del progresso umano era stato costruito. La Costituzione della Repubblica italiana (art.2) “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” Dobbiamo interrogarci sulla coerenza con il dettato costituzionale, e sul rispetto del dovere cui ci richiama, del nostro agire di cittadini e di quello delle istituzioni nello svolgimento delle funzioni politiche, economiche, giuridiche e amministrative.
Già il fondatore del Movimento Scout, Robert Baden-Powell, per tutti noi B.-P., guardava agli Scout come cittadini del mondo, oggi più che mai, la patria di ogni Scout deve essere il mondo. In un mondo malato di competizione e sopraffazione, sono indispensabili solidarietà e cooperazione cui la Promessa e la Legge Scout ci richiamano: sempre pronti a servire gli altri. Pensiero ed azione cosciente devono coniugarsi a livello locale e globale per affrontare le nuove sfide.
Il nostro locale si è già fatto globale. La fuga da condizioni di vita sempre più difficili, dall’oppressione o dal dilagare dei conflitti nei paesi di origine porta ogni anno nel nostro paese decine di migliaia di persone di lingue, culture, religioni e esperienze diverse. Non abbiamo più bisogno di partecipare a un Jamboree per una positiva interazione interculturale. Ogni giorno nelle nostre comunità locali possiamo fare esercizio di quella fraternità mondiale che lo scoutismo dovrebbe spronarci a vivere in prima persona. L’essere Scout delle nostre organizzazioni si realizza anche aprendo le nostre comunità e i nostri gruppi alle e ai giovani di ogni provenienza, facilitando attraverso le attività scout l’incontro tra culture, religioni, esperienze, promuovendo la condivisione. Offrendo a tutte e a tutti, ognuna e ognuno con la propria diversità, le medesime opportunità, in ogni tappa del percorso dall’ingresso nel gruppo, alla partenza e all’impegno in comunità capi.
Lo scoutismo è stato fondato sull’incontro tra diversi. Sull’isola di Brownsea dove volle sperimentare le sue intuizioni pedagogiche, B.-P. riunì ragazzi di diverse classi sociali, e propose loro di vivere, lavorare e giocare assieme; per quell’epoca una sfida notevole. Nei suoi scritti B.-P, torna spesso sul superamento nello scoutismo di tutte le differenze, tutti fratelli e sorelle della medesima famiglia. Amiche e amici di tutte e di tutti, per gli Scout le diversità sono un patrimonio, un’opportunità d’incontro e crescita individuale e di gruppo da vivere con gioia, primo passo per la costruzione di quel “mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”, per la costruzione della Pace.
Come educatori con il gioco, l’avventura e il servizio che dobbiamo saper coniugare al meglio in ogni branca in quella straordinaria esperienza che è lo scoutismo, dobbiamo aiutare ogni ragazza e ogni ragazzo a scoprire e sviluppare i propri talenti. La Promessa scout nasconde il grande segreto del metodo e quel “fare del mio meglio” del testo della Promessa è centrale per la sua comprensione. Solo la stessa ragazza o lo stesso ragazzo, e nessun altro, potrà giudicare se avrà fatto davvero “del proprio meglio” per divenire Scout. Ma è quel divenire Scout che porterà a compimento il percorso. Essere Scout è infatti cosa ben diversa dal fare dello scoutismo o dal partecipare a un’attività scout o ad un’organizzazione che si definisce scout. E’ l’essere Scout (con la ”S” maiuscola), il vivere appieno da adulti, responsabilmente, e in tutta la loro portata i valori della Promessa e della Legge, che ci permetterà di essere veri cittadine e cittadini del mondo, agenti di cambiamento e trasformazione sociale, per una società inclusiva, migliore fondata sulla cooperazione e la solidarietà, l’accoglienza e il rispetto reciproco nella convivenza, l’uso attento delle risorse. Un mondo di Pace e giustizia sociale, in pace anche con il Pianeta e le generazioni future.

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Panel su “Italian Foreign Aid and Development” alla London School of Economics

The Italian Society’s 2015 inaugural Italian Forum on “Rethinking Italy at a Global Level” was held on  2-3 March 2015 in the London School of Economics and Political Sciences (LSE) Saw Swee Hock Theatre.  In that context I partcipated to the second panel on  Italian Foreign Aid and Development – How State and Civil Society Enhance Italy’s Soft Power in the Mediterranean Region: exploring Italy’s current and potential contributions to international development and their influence on Italy’s international role.

Due to late arrival of the plane to London I could not join the panel from the beginning, but made it for the conclusions and here is my intervention.

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La “S” maiuscola che fa la differenza

Messaggio a capi educatori scout in formazione (Rovigo 7 marzo 2015)

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Educazione per un mondo in cui tutti abbiano cibo

serviredi Eduardo Missoni

Una riflessione educativa sul valore del cibo per divenire capaci di apprezzarlo e di operare perché tutti ne possano disporre. Il gioco dello scautismo contiene in sé strumenti efficaci che vengono qui richiamati; altri potranno essere creati o perfezionati all’interno dello stesso gioco.

Nel mondo 165 milioni di bambini soffrono di denutrizione, con gravi conseguenze sulla salute e sul loro sviluppo. Ogni anno un milione e mezzo di bambini muoiono di fame. Ma la maggior parte della popolazione mondiale è ormai sovrappeso o obesa, e soffre di malattie collegate a quel- la condizione, come diabete, iperten- sione e malattie cardiovascolari che costituiscono anche la prima causa di morte a livello mondiale e comportano enormi costi economici e sociali. A differenza di quel che si pensa, oggi l’obesità è un problema che affligge anche i paesi poveri che soffrono dunque del cosiddetto “doppio carico di malattia”.
Due forme di malnutrizione sintomo della stessa causa: una società globalizzata, che ha sostituito i valori della solidarietà e della cooperazione con l’individualismo, e la competizione (leggi oltre)

 

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Auguri!

Natale 2014 – Capodanno 2015

Auguri!

Care amiche e cari amici,

nella bella immagine di Edgar Morin siamo tutte/i equipaggio della navicella spaziale Terra, legate/i da un comune destino planetario. Non sembriamo pero renderci conto della fragilità di quella navicella e dell’insostenibilità di questa società della crescita e del consumo.

Il degrado ambientale e i disastri naturali cui assistiamo con crescente frequenza; le barbarie di vecchi e nuovi conflitti; le crescenti disuguaglianze sociali, malattie, morti e sofferenze evitabili di milioni di persone, corruzione, abusi e prevaricazione, sono in gran parte prodotto di una società che promuove la competizione, la massimizzazione del profitto e la mercificazione di ogni relazione umana.

Perché la navicella possa proseguire tranquilla il suo viaggio siderale, il mio augurio è a impegnarci per il bene comune e l’interesse collettivo. Facciamo prevalere la cooperazione sulla competizione; la qualità, sulla quantità; l’essere sull’apparire. Usiamo con parsimonia le risorse naturali ed evitiamo ogni spreco. Valorizziamo la cultura, il sapere, le bellezze naturali, contro ogni logica utilitarista.

Difendiamo, insieme e con coraggio, la Vita e il futuro della Madre Terra e di ogni sua/o abitante.

Auguri!

Eduardo

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